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Kader Abdolah a Palermo

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Kader Abdolah a Palermo

Messaggio  La_salamandra il Gio Ott 29, 2009 8:09 am

Grande evento con Kader Abdolah ospite della Libreria Modusvivendi, per la presentazione del suo ultimo romanzo La casa della moschea. Con l'autore dialoga il professor Vincenzo Guarrasi, preside della Facoltà di Lettere e filosofia dell'Università di Palermo. A fare da interprete dall'inglese sarà Chiara Passantino. In collaborazione con la Fondazione Ignazio Buttitta.

Kader Abdolah è una voce unica e insolita nel panorama della letteratura nederlandese contemporanea, pochi scrittori, infatti, e tra questi i grandi Nabokov e Conrad, hanno raggiunto come lui il successo scrivendo in una lingua diversa dalla loro lingua madre. Il suo nome è lo pseudonimo di Hossein Sadjadib Gaemmaghami Farahani ed egli lo adotta da un suo compagno di lotta del movimento clandestino, assassinato dal regime degli ayatollah.
A. nasce ad Arak in Iran nel 1954, primo di sei figli, cresce in una famiglia profondamente legata ai valori e alle tradizioni religiose "nella mia casa - dice - ogni cosa era presa sul serio, c'erano regole precise e l'amore era una materia proibita". Stimolato culturalmente da uno zio e influenzato dal ricordo del trisavolo, eminente uomo politico e poeta assassinato nel 1875 dallo scià, a dodici anni inizia a leggere, di nascosto, letteratura occidentale "il mio sogno - dice - rimane quello di produrre un altro famoso letterato nella mia famiglia".
Nel 1972 inizia a studiare fisica all'università di Teheran, ben presto diventa militante del movimento studentesco di rivolta clandestina che combatte prima lo scià e dopo la sua destituzione il regime degli ayatollah, in proposito A. afferma: "la persecuzione di Khomeini fu più dura e terribile di quella dello scià, lo scià era un outsider poco legato alla gente e aveva una propria polizia segreta mentre Khomeini non aveva bisogno di una polizia alle sue dirette dipendenze in quanto lui era la voce popolo" Durante il suo periodo di clandestinità A. scrive due libri rimasti inediti di cui uno dal titolo "What do kurds have to say?", nel 1978 termina i suoi studi, il fratello viene assassinato e due sorelle vengono incarcerate, il partito in breve tempo è ridotto al lumicino. Nel 1985 A. è costretto a lasciare il suo Paese e, insieme alla moglie, si rifugia in Turchia dove vive tre anni fino a quando una delegazione olandese delle Nazioni Unite approda ad Ankara e l'Olanda lo accoglie come rifugiato politico. I primi tempi trascorre le sue giornate studiando intensamente la lingua, frequenta per un anno l'università di Utrecht e studia letteratura 17 ore al giorno.
Nel 1993 esce il suo primo libro in nederlandese De Adelaars (Le aquile) per cui riceve il premio De Gouden Uil come opera d'esordio più venduta (AER Edizioni).
A questa raccolta di racconti, incentrati sull’esperienza dell’esilio, fa seguito una seconda, De meisjes en de partizanen (Le ragazze e i partigiani, 1995).
Nel 1997 A. esordisce con il romanzo autobiografico, De reis van de lege flessen (Il viaggio delle bottiglie vuote, Iperborea maggio 2001) dove il protagonista della narrazione è Bolfazl, un profugo iraniano sospeso fra un passato, il cui ricordo frammentario si confonde con la fantasia e la realtà del nuovo mondo che lo circonda, in cui cerca nuove coordinate esistenziali. Attraverso una prosa essenziale, intensa e ricca di suggestioni simboliche, Bolfazl racconta del suo difficile processo di integrazione all’interno di un tessuto sociale diffidente che trova una sua controparte nel fatale declino del suo vicino di casa René.
Nel 1998 esce Mirza una raccolta di articoli che A. ha scritto, nel corso degli anni, sul periodico “De Volkskrant” nei quali si parla della tolleranza e della pacifica convivenza delle razze nella sua nuova Patria.
In Spijkerschrift, del 2000,(Scrittura cuneiforme, Iperborea ottobre 2003), la difficoltà di ricordare che tormentava Bolfazl è venuta meno e il protagonista Ismail può ricostruire la storia della sua vita familiare in Iran prima di essere costretto all’esilio in Occidente. Dalla memoria riemergono i luoghi della giovinezza, l’intenso legame con il padre (un tessitore di tappeti sordomuto), interlocutore sotteso del primo romanzo, il tema della testimonianza personale si fonde con quello della testimonianza storica delle vicende iraniane, la lingua, più matura e sciolta, si arricchisce ulteriormente di poesia e di suggestioni letterarie provenienti dalla tradizione persiana, ma anche da quella olandese. Il faticoso percorso di accettazione del destino di esule si esprime nelle parole del protagonista: “Sono fuggito per essere libero, ma la libertà può diventare un’ossessione, sono sempre in attesa di qualcuno forse questa è la condizione di ogni esule, quella di essere sempre in attesa, so che un giorno qualcuno arriverà e forse è proprio questa speranza a darmi la forza per andare avanti”. Intento a decifrare la scrittura cuneiforme usata dal padre nelle sue memorie e a tradurla in olandese, Ismail simboleggia l’idea di A. di farsi “ponte tra culture”, trasformare un’esperienza di vita in destino poetico, fare propria la lingua straniera dell’esilio e rendere la scrittura un punto d’incontro, confronto e conoscenza tra Oriente e Occidente.
Questa volontà di porsi come tramite si concretizza in un’altra particolarissima opera del 2002, Kelilé en Demné (Calila e Dimna, Iperborea settembre 2005),un’appassionata escursione tra le meraviglie della novellistica persiana tradizionale, in cui A. fa da guida al lettore europeo attraverso le narrazioni di che hanno nutrito le sue radici letterarie.
Il percorso di elaborazione della propria memoria autobiografica continua nel 2003 con Portretten en een oude droom (Ritratti e un vecchio sogno, Iperborea aprile 2007), attraverso una sorta di deviazione, un viaggio in Sudafrica, i cui paesaggi evocano al giornalista Davud quelli dell’Iran da cui è stato esiliato: il viaggio diventa così un percorso interiore di memoria, che prende forma in una serie di ritratti delle persone a lui care, compagni di vita e di lotta.
Ma è nel 2005, con Het huis van de moskee (La casa della moschea, Iperborea settembre 2008) che A. sembra voler segnare il suo ritorno a casa, una sofferta e complessa riconciliazione col proprio paese, che non rinnega la sua identità acquisita di “scrittore migrante”, il suo punto di vista critico e trasversale. Qui, tuttavia, l’io “diviso” dei romanzi precedenti, oscillante tra passato e presente, tra esilio e memoria, cede il posto a un narratore onnisciente: una presa di distanza che serve per mettere meglio a fuoco eventi e personaggi e immergersi totalmente negli anni più bui della storia dell’Iran, in una ricostruzione corale che ha il sapore dell’epopea. L’attenzione per i rituali quotidiani di una famiglia tradizionale persiana, in cui emergono nitidi i ricordi d’infanzia, si lega alla descrizione dei grandi eventi politici, che ha la precisione e la passione della testimonianza di chi ha vissuto e patito quei fatti traumatici. La casa della moschea diventa così simbolo di un’intera società sconvolta dalla modernità, dal fondamentalismo, ma tenacemente legata alla propria identità: il protagonista Aga Jan rappresenta un Islam moderato, radicato nella vita e lontano dalla politica, una fede profondamente umana, che si esprime nelle tante citazioni dal Corano di cui il romanzo è costellato. Il libro ha un tale successo (250.000 copie vendute) che i lettori olandesi lo votano come secondo miglior romanzo mai scritto nella loro lingua.
Figlio di un tessitore di tappeti, A. continua la sua opera intessendo motivi e legami tra la sua cultura d’origine e quella d’adozione, come conferma la sua ultima duplice opera pubblicata in Olanda nel 2008, De Koran e De Boodschapper: una personale traduzione del Corano accompagnata da una biografia di Maometto (“Il Messaggero”).



Tutti i titoli di Kader Abdolah pubblicati da Iperborea.



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La_salamandra

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