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La peste nera, castigo divino. (Parte Prima)

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La peste nera, castigo divino. (Parte Prima)

Messaggio  Sam il Ven Giu 03, 2011 1:24 pm

www.medioevo.com



Per "peste nera" si intende oggi la grande pandemia che uccise gran parte della popolazione europea durante il XIV secolo. Stime attendibili parlano di 25 - 30 milioni di morti su 75 - 80 milioni di persone allora viventi in Europa.
Nel medioevo non si usava questa denominazione, e si parlava della "grande morìa" o della "grande pestilenza". Furono cronisti danesi e svedesi a impiegare per primi il termine "morte nera" (mors atra, che in realtà deve essere intesa come "morte atroce") riferendolo alla peste del 1347-53, per sottolineare il terrore e le devastazioni di questa epidemia.
"Nero" è quindi impiegato in senso metaforico. Anche se il termine odierno per indicare la peste in norvegese è "den svarte dauden". Nel 1832 questa definizione venne ripresa dal medico tedesco J.F.K. Hecker. Il suo articolo sull'epidemia di peste del 1347-1353, intitolato "La morte nera", ebbe grande risonanza, anche perché venne pubblicato durante un'epidemia di colera.
L'articolo fu tradotto in inglese nel 1833 e pubblicato numerose volte. Da allora i termini "Black Death" o "Schwarzer Tod" (Morte nera) vennero impiegati, soprattutto nelle aree anglofone e germanofone, per indicare l'epidemia di peste del XIV secolo.

L'Europa si prepara alla morte
Come sottolinea Norman F. Cantor nella sua opera In the Wake of the Plague, l'Europa del Medioevo doveva la nascita di unità statali, gli efficienti sistemi giuridici e formativi, lo sviluppo delle città e la crescita del commercio anche al fatto che il periodo che va dall'Ottocento al Trecento fu caratterizzato da un clima particolarmente favorevole, in un'area che andava dall'Islanda a Varsavia e da Oslo fino a Palermo, oltre che alla mancanza di grandi epidemie.
Tra il 900 e il 1300 la popolazione europea quadruplicò. Vastissimi territori vennero strappati a foreste e paludi e resi coltivabili. Le zone maggiormente sviluppate erano l'Inghilterra meridionale, le valli della Senna e della Loira, oltre alla zona attorno a Parigi in Francia, la valle del Reno e le città anseatiche in Germania, oltre a Fiandre, Paesi Bassi e Italia centro-settentrionale (dalla Pianura padana fino a Roma).
Questi territori erano popolati molto più densamente del resto d'Europa, e vi si trovavano anche le città più popolose. L'Europa del Trecento disponeva di eccellenti università, costruiva stupefacenti cattedrali in stile gotico e stava vivendo un'autentica fioritura artistica e letteraria.

La paura viene dai barbari
Tra il 1214 e il 1296 non intervenne alcun grande conflitto a bloccare lo sviluppo della società, ed i confini europei non erano minacciati, né a sud dagli arabi, né a est dai bizantini.
Solo nel 1241 un'invasione mongola venne sventata ma per cause indipendenti dalla potenza delle armate europee (che furono, infatti, sconfitte nello scontro presso Liegnitz - Legnica, in Slesia, una regione meridionale dell'attuale Polonia), in quanto le armate asiatiche furono richiamate in patria per motivi legati a problemi interni dell'impero mongolo.
Nelle università avevano grande importanza gli studi teologici e filosofici, mentre alle scienze naturali si dedicava un'attenzione minore.
Le poche conoscenze chimiche venivano impiegate nell'alchimia, e quello che si conosceva dell'astronomia serviva per oroscopi e profezie. In particolare, poco sviluppate erano le scienze mediche. Non era chiara l'origine delle malattie, né si aveva alcuna idea su come curarle.
La società medievale, come nota Norman Cantor, disponeva di rimedi prevalentemente non sanitari per le devastanti conseguenze di una pandemia: preghiera, penitenza, quarantena dei malati, sfollamento delle persone sane e ricerca di capri espiatori.

Carestia ed ignoranza spianano il terreno alla peste
Già prima della pandemia vi furono avvisaglie di crisi: a partire dal 1290, in molte parti d'Europa, vi furono lunghi periodi di carestia, provocati principalmente dal raffreddamento del clima, la cosiddetta piccola era glaciale, che perdurò per 400 anni.
Delle ricerche sui prezzi dei cereali a Norfolk, in Inghilterra, mostrano che tra il 1290 e il 1348 vi furono 19 anni di raccolti scarsi.
Ricerche analoghe svolte in Linguadoca segnalano 20 anni di produzione agricola insufficiente tra il 1302 e il 1348. Dal 1315 al 1317 la Grande carestia infuriò in tutta l'Europa settentrionale, e anche gli anni 1346 e 1347 furono anni di carestia nel sud dell'Europa.
Tra il 1325 ed il 1340 le estati furono molto fresche ed umide, comportando abbondanti piogge che mandarono in rovina molti raccolti ed aumentarono l'estensione delle paludi esistenti. Già nel 1339 e nel 1340 vi furono epidemie nelle città italiane, che provocarono un deciso aumento della mortalità.
Le fonti fanno supporre che si trattasse prevalentemente di infezioni intestinali. Tutte le città europee di quel tempo erano, a dir il vero, delle vere e proprie discariche a cielo aperto, con cumuli di rifiuti giacenti a marcire per strada. Come se non bastasse, la tragica situazione igienica era aggravata dall'assenza di fognature, con rifiuti organici versati direttamente in strada da finestre e balconi.
È questo il quadro nel quale, nell'Ottobre 1347, la peste fa la sua comparsa nei porti del Mar Mediterraneo, a Messina, a Costantinopoli (Istanbul) ed a Ragusa (Dubrovnik). Si pensava anche che la peste venisse portata da gruppi marginali come le streghe e gli ebrei, questi ultimi erano da sempre perseguitati perché accusati di deicidio o reicidio cioè l'uccisione di Gesù; ogni qual volta si inserivano in una città creavano un loro esclusivo sistema sociale.
Le streghe erano perseguitate poiché accusate di parteggiare per il demonio e di avere con questo rapporti carnali nel corso di rituali chiamati sabba durante i quali sacrificavano bambini bevendo il loro sangue. C'erano anche altre ipotesi sul diffondersi della peste come congiunzioni astrali sfavorevoli e punizioni divine.

La medicina e le maledizioni degli uomini di Chiesa
La medicina dell'epoca non aveva fatto grandi passi avanti rispetto ai tempi dell'impero romano, così i medici, basandosi sulle conoscenze di Ippocrate e Galeno, i due più importanti medici dell'antichità, pensavano di poter guarire dalla peste eliminando dal corpo l'humus negativo, tagliando una vena al paziente e facendo uscire del sangue; purtroppo anche questo contribuiva in realtà al diffondersi del contagio.
Gli uomini di fede ritenevano che la peste fosse stata mandata da Dio come punizione, perciò organizzarono preghiere collettive, processioni, movimenti quali i flagellanti, purtroppo non solo la cosa si rivelò inutile, ma perfino dannosa, essendo questi eventi collettivi un'ottima occasione per veicolare l'agente patogeno per via respiratoria.
Scoppio della peste e diffusione in Europa Nel 1331, circa 600 anni dopo l'ultima epidemia europea di peste, questa compare nell' impero cinese e di lì cominciò il suo cammino verso l'Europa. L'area di origine della pandemia sembra esser stata quella regione dell'Asia centrale a cavallo del Pamir, dell'Altaj e del Tannu-Tuva.

Topi e fogne a cielo aperto
La causa scatenante parrebbe esser stata la moria di roditori, in quelle regioni, dovuta alla scarsità di cibo conseguente all'irrigidimento delle condizioni climatiche. In assenza di roditori, le pulci, vettori del bacillo della peste, affamate attaccarono anche l'uomo e gli altri mammiferi.
Il tutto venne aggravato dal fatto che i rifiuti, abbondanti ed a cielo aperto nelle città medioevali, attrassero i roditori affamati, sia selvatici che domestici. Infine, l'efficiente sistema di comunicazioni dell'impero monogolo propagò il contagio in poco tempo da un capo all'altro del continente asiatico, fino all'Europa che - geograficamente - altro non è che una propaggine dell'Asia.
Nel 1338 o 1339 raggiunse le comunità afferenti alle Chiese orientali cristiane assire presso il lago di Issyk kul, nell'odierno Kirghizistan. Le prime testimonianze scritte circa l'epidemia sono state rinvenute proprio presso questo lago, che costituiva una tappa obbligata sul cammino della Via della Seta. Nel 1345 si segnalarono i primi casi a Sarai sul Volga meridionale ed in Crimea.
Nel 1346 la peste fece le prime vittime ad Astrakhan. Lo stesso anno il morbo raggiunse i confini dell'Europa di allora. L'Orda d'Oro assediava Caffa (attuale Fedosiia), porto in mano ai Genovesi, nella penisola di Crimea. La peste raggiunse la città al seguito dell'Orda d'Oro: le cronache dell'epoca riportano (ma forse è più una leggenda che la realtà) che gli assedianti gettavano con le catapulte i cadaveri degli appestati entro le mura della città.
Gli abitanti di Caffa avrebbero immediatamente gettato in mare i corpi. Forse la peste entrò in città proprio in questo modo; d'altro canto il contagio poteva avvenire anche attraverso i ratti. Una volta a Caffa, la peste fu introdotta nella vasta rete commerciale dei genovesi, che si estendeva su tutto il Mediterraneo. A bordo delle navi, nel 1347 il contagio raggiunse Costantinopoli, Il Cairo e Messina.

La peste parte dall'Italia
La città siciliana fu la prima di tutto il Mediterraneo e della penisola italica ad essere sconvolta dall'epidemia. E di là, nei quattro anni successivi, si diffuse in tutta Europa, dapprima per mare e poi anche per via di terra.
L'Egitto trasmise la peste alla Nubia (Sudan) ed all'Africa centrale. Le prime regioni europee ad esser contagiata furono gli Urali, il Caucaso, la Crimea, e la Turchia. Gli equipaggi infetti delle navi trasportarono il contagio da Genova a Marsiglia, da dove la peste risalì la valle del Rodano verso nord.
Dopo poco tempo raggiunse la Linguadoca e Montpellier, nell'agosto 1348 anche Carcassonne, Bordeaux, Aix-en-Provence e Avignone, dove nei primi tre giorni del contagio morirono 1800 persone. All'epoca Avignone era la sede papale, ed una delle principali città europee. La peste aveva raggiunto in marzo Tolosa e in maggio Parigi.
Anche Spagna, Marocco, Tunisia e Portogallo vennero contagiate via mare dalle galee genovesi. Nel contempo, da Costantinopoli, la peste si trasmise alla Grecia, alla Bulgaria, alla Romania ed in tutti i Balcani. L'Italia venne contagiata da tre direzioni: dalla Sicilia venne contagiata tutta l'Italia Meridionale ed il Lazio.
Da Genova venne contagiata tutta la Lombardia, il Piemonte, la Svizzera. Da Venezia venne contagiata l'Emilia Romagna, la Toscana, il Veneto, L'Istria e la Dalmazia. Dall'Asia centrale, la peste invase l'India e la Persia. Dalla Persia si riversò in Mesopotamia, Siria, Israele ed Arabia. I cronisti arabi scrivono che quegli anni rappresentavano "Il periodo della distruzione".

La "quarantena"
Attraverso l'antica Via delle Spezie tutta la Penisola Arabica prima, l'Eritrea assieme all'Etiopia ed alla Somalia poi vennero contagiate entro il 1349. Da Venezia la peste, passando per il Brennero, raggiunse l'Austria: la morte nera comparve prima in Carinzia, quindi in Stiria, ed infine Vienna.
Vienna fu l'unica città in cui ogni moribondo ricevette l'estrema unzione. Dalla Francia settentrionale le direttrici del contagio furono verso l'Inghilterra Meridionale e verso il Belgio e l'Olanda. Dall'Inghilterra il contagio si diresse verso la Scozia, l'Irlanda e la Scandinavia. Dall'Olanda e dall'Austria il contagio attanagliò le valli del Reno e del Danubio, coinvolgendo Germania, Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia.
Dalla Germania venne contagiata la Danimarca e dalla Danimarca venne esportata la peste alle sue dipendenze d'oltremare, Islanda e Groenlandia. Dalla Polonia l'epidemia penetrò nei Paesi Baltici, in Finlandia ed in Russia (già in parte raggiunta dall'epidemia della Mongolia e dell'Ucraina).
Per limitare i rischi di contagio, dopo il 1347 le navi, sulle quali si sospettava la presenza di peste, venivano messe in isolamento per 40 giorni (quarantena, dal francese "une quarantaine de jours"). La quarantena poteva impedire che gli equipaggi mettessero piede a terra, ma non impediva che lo facessero i ratti, contribuendo così alla diffusione della malattia.

Circa 25 milioni di morti in Europa
Si calcola che la Peste nera uccise tra i 20 e i 25 milioni di persone, un terzo della popolazione europea dell'epoca. Per le vittime in Asia e Africa mancano fonti certe. Le cifre devono venir considerate con prudenza, perché le testimonanianze dei contemporanei riportano numeri probabilmente esagerati, per esprimere il terrore e la crudeltà di questa pandemia.
Per esempio, ad Avignone i cronisti dell'epoca stimarono fino a 120.000 morti, quando Avignone, a quei tempi, non contava più di 50.000 abitanti. Più delle cifre sono i destini individuali a dare un'idea concreta delle devastazioni della peste: Agnolo di Tura, cronista senese, lamentava di non trovare più nessuno che seppellisse i morti, e di aver dovuto seppellire con le proprie mani i suoi cinque figli.
John Clyn, l'ultimo monaco ancora in vita in un convento irlandese a Kilkenny, metteva sulla carta, poco prima di morire egli stesso di peste, la sua speranza che all'epidemia sopravvivesse almeno un uomo, che potesse continuare la cronaca della peste che egli aveva cominciato.
Giovanni Villani, cronista fiorentino, venne stroncato dalla peste in maniera tanto repentina che la sua cronaca si interrompe a metà di una frase. A Venezia morirono 20 medici su 24, ad Amburgo 16 membri del consiglio cittadino su 20.
A Londra morirono tutti i mastri della corporazione dei sarti e dei cappellai. Un terzo dei notai di Francia morì, così come un terzo dei cardinali riuniti ad Avignone.

Sam

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