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La decapitazione, quando nella storia si "perde la testa" .

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La decapitazione, quando nella storia si "perde la testa" .

Messaggio  Sam il Sab Mag 14, 2011 10:40 am

di Renzo Paternoster
www.storiain.net

Una brutale barbarie che trova riscontro in tutti i popoli fin dai tempi più remoti. L'intento è quello di sottrarre alla vittima la sua natura umana: un corpo senza testa, o una testa senza corpo, hanno avuto e hanno una forte carica simbolica.



Il corpo, dal punto di vista culturale, non è un elemento neutro, ma assume valenze particolari secondo le parti che lo compongono, diventando in questo modo oggetto di credenze specifiche. Se in molte culture primitive e popolari la zona epigastrica (bocca dello stomaco) è la sede dell'anima, la testa è invece la dimora dello spirito. E proprio la testa sarà argomento di questo studio. Per la precisione discuteremo di "teste mozzate".
La testa, contenitore del cervello, è la sede delle funzioni di pensiero e dell'immaginazione; inoltre, è preposta ai sensi di udito, gusto, odorato e vista. Platone sottolineò con enfasi l'elemento più evidente del corpo umano: la testa e la sua sfericità. Non è affatto per caso, argomentò il filosofo greco, «che questa sia l'unica parte del corpo rotonda e nettamente distinguibile dagli altri organi: la testa, infatti, è un "microcosmo", sede dell'anima razionale, del pensiero e degli organi di senso». Come spiegano J. Chevalier e A. Gheerbrant nel Dizionario dei simboli (Rizzoli, Milano, 1999) «La testa rappresenta in generale l'ardore del principio attivo. Essa comprende l'autorità del governare, dell'ordinare, dell'istruire. Rappresenta anche lo spirito nel suo manifestarsi, in relazione al corpo che è una manifestazione della materia». Il culto antico tributato alla testa (sia nella forma del teschio sia nell'atto di "staccarla" dal corpo) pare fosse dovuto proprio alla sua forma di contenitore di tale "essenza umana". Per questo motivo alla testa sono collegate credenze e usanze del tutto particolari. Essa, nel corso della storia, è stata mangiata, tagliata, conservata, esposta, riverita, oltraggiata: un corpo senza testa o una testa senza corpo hanno avuto ed hanno una forte carica simbolica.
Tant'è che esiste una vera e propria storia della decapitazione nelle diverse civiltà, con numerose varianti. Nella mitologia c'è Mercurio che taglia la testa ad Argo, il principe che aveva cento occhi. Ma anche Perseo che con uno stratagemma mozza la testa a Medusa. Nei testi sacri c'è Davide che uccide il gigante Golia e ne priva il corpo della testa, Giovanni il Battista decollato per la pace di Salomè, l'impetuosa Giuditta che taglia la testa al generale assiro Oloferne e, ancora, l'apostolo Paolo decapitato dai Romani di Nerone presso Aquæ Salviæ. Altre decapitazioni famose nella storia furono quelle di Marco Tullio Cicerone, Tommaso Moro, Anna Bolena, Luigi XVI, Maria Antonietta, Lady Jane Grey (regina d'Inghilterra per nove giorni), Maria Stuarda, Antoine-Laurent de Lavoisier (il padre della chimica moderna), Maximilien de Robespierre, Sante Caserio, Sophie Magdalena Scholl, suo fratello Hans e Christoph Probst (oppositori tedeschi decapitati dai nazisti nel 1943). Ma l'elenco potrebbe essere più lungo.

La decapitazione, termine composto dalla particella "de", indicante la "separazione", e dal termine latino caput, capitis (testa), è l'atto che porta a tagliare la testa a qualcuno, provocandone la morte, oppure anche a un corpo privo di vita.
Attraverso la decapitazione, o decollazione, la testa è staccata con un colpo netto portato a segno con una lama tagliente (una scure, una spada oppure una lama fatta scendere lungo un percorso obbligato, come nella ghigliottina), oppure manualmente con un piccolo coltello (è il caso delle recenti esecuzioni della guerriglia in Afghanistan o Iraq).
In entrambi i casi le facoltà cerebrali non cessano immediatamente. Nel primo caso, quando il taglio della testa è netto e immediato, vi potrebbero essere pochissimi terribili secondi in cui il condannato probabilmente acquista consapevolezza del fatto che la propria testa è staccata dal collo. Il trauma del taglio netto dalla spina dorsale e la deprivazione di ossigeno che soffoca il cervello riducono comunque la vittima all'incoscienza e velocemente alla morte. Nel secondo caso, la vittima può perdere lentamente conoscenza sia perché il sangue non affluisce più al cervello sia per il dolore avvertito.
In generale, la decapitazione esprime il proposito di sottrarre all'avversario la sua natura umana, rendendolo dissimile da quello che era prima e, quindi, di evidenziarne con l'esposizione pubblica della testa mozzata la diversità o difformità sopraggiunta.

L'usanza di mozzare la testa dal corpo iniziò già ai primi esordi della storia. Alcune scoperte paleolitiche in Baviera fanno presupporre che già in tempi preistorici la decapitazione era occasionalmente usata. Ma è la storia che ci consegna in maniera inconfutabile la macabra usanza di tagliare la testa. Alla base della crudele pratica della decapitazione possiamo trovare motivazioni rituali, eroiche, di potere e di giustizia.
In varie religioni primitive la decapitazione era praticata in modo rituale. Questa usanza era legata, in alcuni casi, alla credenza che la testa è sede dello spirito dell'uomo, in altri a superstizioni di tipo soprannaturale, secondo cui una volta colpite le strutture del cervello non è più possibile la risurrezione. Queste credenze presuppongono che la testa debba essere conservata, nel caso si tratti di un familiare, o che debba essere distrutta, nel caso di un nemico.
In vastissime zone dell'Asia insulare e meridionale, nell'Oceania, nell'America centro-meridionale e in qualche zona dell'Africa, si praticava la "caccia alle teste" in modo da poterle poi esibire come feticcio. Questa usanza era attuata per scopi magico-rituali presso i Dayak e i Sarawak del Borneo, i Melanesiani, i Naga dell'Assam (India nord-orientale), i Bunun taiwanesi, le genti Tupi e Gê del Brasile, gli Shuar dell'Amazzonia ecuadoriana, gli Aguaruna Jivaro del Perù settentrionale e i Papua della Nuova Guinea. Molti altri popoli tagliavano le teste come pratica rituale.
In generale la "caccia alle teste" rappresentava uno svolgimento particolare dell'uccisione rituale: la testa assicurava un senso di protezione e una posizione privilegiata a colui che si era procurato questo cimelio; spesso rappresentava anche il "rito di passaggio" per entrare nel gruppo degli uomini della tribù; oppure era il trofeo di guerra che documentava il valore e il coraggio del suo conquistatore.
Portare una testa mozzata al villaggio garantiva non solo un grande prestigio, derivato dalla difficoltà dell'impresa, ma assumeva anche una forte carica simbolica: il trofeo era assunto simbolicamente a rappresentare le valenze "sacrali" dell'uomo.
L'usanza prevedeva generalmente l'essiccazione della testa per essere conservata o venire utilizzata per decorare armi, totem e così via. In alcuni casi si arrivava a forme rituali esasperate, come l'antropofagia.
La pratica di tagliare le teste dei nemici sconfitti e portarle come trofei di vittoria o come dono per gli dei, non appartiene solo ai popoli primitivi. Presso gli Assiri era normale tagliare le teste dei nemici sconfitti ed esibirle come simbolo di vittoria o come omaggio a qualche divinità. Lo stesso facevano i Celti, i Galli, gli Irlandesi, che erano soliti tagliare la testa dei nemici che sconfiggevano nelle battaglie, per portarla trionfalmente attaccata al collo dei cavalli.

Da macabra pratica rituale legata alla guerra e al culto, la testa mozzata divenne poi il simbolo di giustizia di una comunità. Nel mondo antico, nel Medioevo e nell'Età moderna, la decapitazione divenne una pena di morte. Il termine "pena capitale" deriva proprio da caput, riferendosi alla punizione attraverso la morte per decollazione. Essa fu utilizzata dagli Egizi, dai Greci e dai Romani. Secondo le credenze di ogni popolo, la decapitazione è una pena di morte onorevole (Europa) o infamante (Asia, Africa). Nell'Impero romano, ad esempio, era la pena di morte riservata a chi possedeva la cittadinanza, poiché ritenuta rapida e onorevole; mentre per gli schiavi e chi attentava all'unità dell'impero si usava invece la crocifissione.
Anche l'arma per decollare il condannato a morte era importante: la spada era riservata ai nobili, perché simboleggiava l'arma della casta militare, mentre l'ascia era riservata al popolo e ai criminali comuni.
Per secoli la pena di morte per decapitazione divenne un rito pubblico con funzione pedagogica: attraverso essa si dimostrava l'autorità incontrastata di chi infliggeva la condanna e, come scriveva Tito Livio, per ammaestrare il popolo ed evitare nel futuro comportamenti analoghi tenuti da chi era punito.
La decapitazione pubblica, dunque, stabiliva un forte richiamo simbolico: dava soddisfazione a chi la infliggeva, vergogna a chi la subiva. Il condannato, prima di essere decollato in una piazza pubblica, era sottoposto a un altro rituale, quello della cosiddetta "passeggiata ignominiosa". Questa consisteva nel portare il condannato per le vie della città, con le mani legate dietro la schiena, sino alla piazza dove si sarebbe svolta la decapitazione pubblica. Spesso, dopo l'esecuzione, il boia mostrava la testa mozzata al pubblico presente nella piazza. La teatralizzazione di tutta l'esecuzione, dalla "passeggiata ignominiosa" all'esibizione della testa mozzata, era un elemento coreografico essenziale, con valore pedagogico e deterrente.
La nazione che più di altre ha legato a sé questa immagine è stata la Francia ai tempi della Rivoluzione. La macchina che eseguiva le condanne era la famosa ghigliottina (che prende il nome dal francese Joseph Ignace Guillotin), un marchingegno per la decapitazione in serie con lama obliqua.
Ma la ghigliottina non è stata un'invenzione dei francesi. La prima macchina per tagliare le teste fu, forse, il Gibbet di Halifax (Patibolo di Halifax), utilizzato ad Halifax (Inghilterra) già dal 1280. Una delle prime raffigurazioni della morte per decapitazione per mezzo di un marchingegno analogo alla ghigliottina risale al 1307, ed è una stampa conservata al British Museum, che riproduce la morte per decapitazione in Irlanda di un certo Murdoc Ballag. In Scozia un macchinario analogo alla ghigliottina, chiamato curiosamente Scottish Maiden (donzella scozzese) era in attività nel Cinquecento. Nello stesso periodo anche in Italia, precisamente nella Roma papalina, era utilizzata la "Mannaja romana", una macchina molto simile alla ghigliottina francese, ma dotata di lama a forma di mezzaluna anziché obliqua.

In Francia la ghigliottina fu proposta dal fisico Joseph-Ignace de Guillotin all'Assemblea Legislativa di Parigi come metodo meno barbaro per i condannati a morte. In pratica, secondo le intenzioni del dottor Joseph Ignace Guillotin si doveva cercare di "umanizzare" l'esecuzione capitale, abbandonando il supplizio in favore di una pena che certamente restava brutale, ma che doveva essere rapida.
Superate le iniziali perplessità, l'Assemblea incaricò il dottor Antoine Louis, segretario a vita dell'Accademia di Chirurgia, di mettere a punto una macchina per eseguire la sentenza capitale attraverso decollazione. Louis ideò il macchinario, mentre il vero costruttore fu Tobias Schmidt, un artigiano di clavicembali. Entrambi sperimentarono il marchingegno nel quartiere parigino Cour de Rohan, dapprima su alcune pecore, poi sui cadaveri umani. La macchina era formata da due travi parallele issate verticalmente, incavate al centro e unite in alto da una traversa e da una lama (inizialmente dritta, poi obliqua), collegata con una corda alla traversa e con una gogna per bloccare il condannato. A questo macchinario fu proposto il nome di Louison o Louisette, dal nome del medico francese, ma poi si optò per quello attuale in onore al deputato all'Assemblea degli Stati generali Guillotin, che per primo la propose in sostituzione ad altre forme di pene capitali.
Nel marzo del 1792 l'Assemblea legislativa, attestata la funzionalità del macchinario (che oltretutto escludeva ogni rapporto tra uomo e uomo, cioè tra boia e condannato), ne decise l'adozione. E la ghigliottina fu subito celebrata quale simbolo di progresso civile. La prima condanna a morte fu eseguita il 25 aprile di quello stesso anno: vittima un delinquente comune, Nicolas Jacques Pelletier.
Durante la sua "attività" la ghigliottina fu chiamata ironicamente in tanti modi: glaive de la liberté (gladio della libertà), hache populaire (ascia popolare) o rasoir national (rasoio nazionale).
Alla ghigliottina francese è legato un altro nome, quello di Charles Henry Sanson, chiamato pure "il boia di Parigi". Sanson è il più celebre personaggio di una dinastia familiare di esecutori di giustizia parigini. Egli aveva ricevuto in eredità il mestiere dal padre, che a sua volta lo aveva ereditato dal suo genitore. La famiglia Sanson aveva acquisito il titolo, poi ereditario, di Executeur des hautes oeuvres de Paris (esecutore delle alte opere di Parigi) nel 1688 con Charles Sanson de Longval, il bisnonno di Charles-Henry.
Lo strumento di morte nato per essere democratico e indolore, è rimasto in servizio per duecento anni. La Francia ha infatti rinunciato alla pena di morte soltanto nel 1981. Dalla Francia la ghigliottina fu esportata anche in altri Stati europei. In Italia fu adoperata per la prima volta il 28 febbraio del 1810 a Roma, su Tommaso Tintori, reo di omicidio.

Al giorno d'oggi la decapitazione come sentenza capitale è usata in Arabia Saudita, Qatar, Yemen, Emirati Arabi Uniti. Ma qui viene praticata in pubblico e con la spada. In questi Stati è tuttavia prevista una forma di clemenza per le donne condannate a morte. A esse è inflitta la fucilazione, poiché la donna giustiziata in pubblico, se fosse decapitata, dovrebbe scoprire il collo. E questo è sconveniente per i canoni religiosi di questi Paesi. Un'altra eccezione è la condanna a morte per il reato di adulterio, che è eseguita attraverso la lapidazione della donna infedele.
In questi Paesi arabi la morte per decapitazione può essere inflitta per tutti i reati che portano la "corruzione sulla Terra". Certamente una definizione che lascia aperte infinite possibilità e che permette, a totale discrezione dei giudici, di far rientrare in questa categoria numerosi reati.
A parte la decapitazione inflitta ancora da alcuni Stati per reati ritenuti gravi, questa sentenza di morte è utilizzata a tutt'oggi anche da alcuni gruppi di terroristi e guerriglieri (in Afghanistan, in Iraq, in Cecenia), che la rendono pubblica attraverso la stampa e internet.
Come per le innumerevoli scene che si sono ripetute durante la Rivoluzione francese, le decapitazioni attuate da questi terroristi e guerriglieri nascondono un duplice messaggio: rendere di dominio pubblico la sofferenza e l'umiliazione della vittima; attribuire alla decollazione una funzione esemplare e dissuasiva, poiché essa si rivolge a un pubblico che si vuole terrorizzare.
A un certo punto della storia abbiamo sperato che le decollazioni fossero diventate degli arcaismi, ma esse sono ritornate prepotentemente alla ribalta anche nel nuovo secolo. Le modalità sono ancor più criminali (dal taglio netto con la spada o la scure, si è passati oggi all'utilizzo di coltelli, che aumentano la sofferenza della vittima). Ma il significato è rimasto lo stesso: attraverso la decapitazione si distruggere la natura umana della vittima e ciò che rappresenta, evidenziando pubblicamente la radice dell'odio.

BIBLIOGRAFIA

* La ghigliottina e l'immaginario del Terrore, di D. Arasse - Xenia, Milano 1988
* Dizionario dei simboli, di J. Chevalier, A. Gheerbrant - Rizzoli, Milano, 1999
* I signori della morte, di A. Forbice - Sperling & Kupfer, Milano, 2002
* Io ti dichiaro morto! La pena di morte nel mondo e nel tempo, di G. Adducci - Edizioni Associate, Roma, 2004
* I supplizi capitali. Origine e funzioni delle pene di morte in Grecia e a Roma, di E. Cantarella - Rizzoli, Milano, 2005
* La testa senza il corpo, di J. Kristeva - Donzelli, Roma, 2009
* La vedova allegra. Breve storia della ghigliottina, di A. Castronuovo - Stampa Alternativa, Viterbo, 2009

Sam

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