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Bonaparte in Egitto

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Bonaparte in Egitto

Messaggio  Sam il Ven Apr 01, 2011 1:32 pm

di Massimo Iacopi
www.storiain.net

Nel maggio 1798 Napoleone, comandante in capo dell'esercito d'Oriente, per contrastare la minaccia inglese parte alla conquista dell'Egitto in compagnia di scienziati, ingegneri, artisti. Nasce così un modello coloniale inedito.




"Noi sbarchiamo in un paese che non pensava a noi, noi saccheggiamo i villaggi, roviniamo gli abitanti e violentiamo le loro donne." Alla fine del luglio 1798, poco tempo dopo il suo arrivo al Cairo, questa è l'amara constatazione di un botanico partito per l'Egitto al seguito di Bonaparte. Come lui, numerosi scienziati, ingegneri ed artisti hanno seguito il popolare generale in capo dell'esercito d'Oriente alla scoperta di un territorio sconosciuto e di una civiltà misteriosa, per fare l'inventario della mitica patria delle scienze e delle arti.
In questo approccio, che unisce la violenza militare a una vocazione enciclopedica, si può intravedere il banco di prova del colonialismo moderno. Ci si può ancora meravigliare della più prestigiosa realizzazione della spedizione, che campeggia nella biblioteca dell'attuale Istituto francese d'Egitto, erede di quello fondato da Bonaparte: l'emblematica "Descrizione dell'Egitto", condensato di tutte le conoscenze, raccolte in tre anni. Ma come interpretare l'episodio orientale di Napoleone Bonaparte? Si è trattato di una brillante conquista intellettuale, fonte di rigenerazione per il paese, oppure di una pura e semplice spedizione militare a fini coloniali?

Appuntamento mancato
L'opinione degli Egiziani è al riguardo tiepida. Se alcuni storici fanno dell'arrivo dei francesi in Egitto il punto di partenza della modernizzazione del paese, altri vi scorgono solamente una nefasta occupazione, con il suo fardello di massacri, di esazioni e di ingiustizie. Il cineasta Yussef Shahine è diviso fra il fascino per l'approccio generoso dell'Illuminismo e la repulsione per la forza brutale che l'accompagnò. Per il sociologo Mahmud Hussein, sebbene "troppi cambiamenti scuotano, in troppo poco tempo, dei valori secolari", questo appuntamento mancato delle due culture ha posto le basi della modernità: si tratta della "scossa morale" che "produrrà, sotto l'impulso di Mehemet Alì, uno scossone sociale maggiore". Al di là di queste espressioni divergenti esiste, comunque, un doppio interrogativo sulle cause di queste operazione senza precedenti e sul posto che essa occupa nella costruzione di una nuova identità nazionale in Egitto.
Dagli anni Sessanta del XVIII secolo, di fronte all'indebolimento presunto dell'impero ottomano, molteplici progetti di intervento vengono elaborati negli ambienti diplomatici o da parte di ministri come Choiseul o Sartine. Nel 1798-98 Magallon, console in Egitto, e Talleyrand, ministro degli Esteri del Direttorio, riprendono in mano questi progetti. Gli interessi economici vanno nella stessa direzione e l'apertura di un fruttuoso commercio con l'India attraverso Suez porterebbe un colpo fatale alla potenza rivale inglese che controlla la rotta africana.
Dopo il ritorno di Bonaparte dall'Italia, all'indomani del Trattato di Campoformido (ottobre 1797), la situazione internazionale appare più che mai favorevole al progetto egiziano: la Gran Bretagna, ormai isolata, vive sotto la paura di uno sbarco sulle sue coste; l'Austria esce spossata da dieci anni di guerra contro la Turchia (1787-91) e quindi contro la Francia (1792-97).
Va inoltre considerato il gusto pronunciato per l'Oriente di un Bonaparte pronto a marciare sulle orme di Alessandro Magno. Tutto questo è però sufficiente per lanciarsi, con un esercito fedele ed agguerrito, in una operazione cosi rischiosa? Altre cause, di politica interna questa volta, non devono essere sottovalutate. Il Direttorio (1795-99), avversato allo stesso tempo dai monarchici e dai neogiacobini, vede con molto interesse la possibilità di potersi sbarazzare di un generale vittorioso, la cui popolarità comincia a fare ombra al sistema. Da parte sua, Bonaparte non giudica la situazione politica francese abbastanza matura per le proprie ambizioni e non vuole perdere la faccia con un vano tentativo di sbarco oltre Manica, del quale aveva ricevuto il compito insieme al comando dell'esercito d'Inghilterra. Dal febbraio 1798 egli si convince che la lotta contro Londra deve passare attraverso l'Egitto.

Il Cairo viene conquistato
Il 19 maggio 1798, la flotta lascia pertanto Tolone, rapidamente raggiunta da convogli partiti dalla Corsica e dall'Italia. E' la più grande spedizione mai inviata oltremare dalla Francia e la più importante che abbia solcato il Mediterraneo: più di 35 mila uomini e di 300 navi, da guerra e da trasporto. Malta, necessaria al controllo del passaggio verso il Mediterraneo orientale, capitola tre settimane più tardi. Successivamente, la fortuna favorisce il pesante convoglio, peraltro indebolito dalla sua lunghezza: l'ammiraglio inglese Horace Nelson, partito al suo inseguimento, doppia il nemico senza vederlo nella notte tra il 23 e il 24 giugno e lo precede ad Alessandria, totalmente tranquilla, prima di dirigersi verso Costantinopoli.
Il 1° luglio, la flotta francese arriva davanti ad Alessandria. Il giorno dopo, dopo un breve combattimento, la città cade: la stessa popolazione partecipa alla resistenza, mentre Bonaparte tenta di sedurla con un discorso ispirato ai proclami ottomani. Pur volendo vendicare i commercianti francesi vittime di esazioni, egli si presenta come liberatore. D'accordo con il Sultano, alleato tradizionale della Francia da 250 anni, Napoleone desidera affrancare il popolo egiziano dal giogo secolare dei Mamelucchi, e promette soprattutto di rispettare il Corano. Tuttavia per preservare le suscettibilità rivoluzionarie, la versione francese del proclama si differenzia rispetto al testo arabo per quello che concerne l'Islam.
Alessandria, però, non rappresenta tutto l'Egitto. Mentre si vigila sugli Inglesi all'orizzonte, la marcia sul Cairo costituisce la presa di contatto con il deserto, con il caldo, con la sete ed il miraggio. Sul Nilo, il 13 luglio, a Shebreis (Shubrakhit), l'artiglieria e la flottiglia di uno dei due grandi capi mamelucchi, Murad Bey, scuote la flottiglia francese. A terra, però, la cavalleria carica invano le divisioni di Bonaparte che, organizzate per la prima volta in quadrati, resistono efficacemente. Il 21, a Imbaba - sulla riva sinistra del Nilo di fronte a Bulac, il porto del Cairo -, Murad viene sconfitto nella battaglia delle Piramidi e si ritira verso l'alto Egitto. L'altro grande capo mamelucco, Ibrahim Bey, abbandona abbandona immediatamente la capitale per il delta del Nilo. I Francesi entrano al Cairo la sera del giorno dopo, il 22 luglio, dopo un accordo con gli ulema della moschea Al-Azhar, ai quali fu promessa la partecipazione all'amministrazione francese, nel contesto di un diwan. Gli ulema mostreranno di comprendere velocemente le regole dello scrutinio segreto e delle decisioni collegiali, in presenza di un commissario francese.
Tuttavia la conquista del Cairo non comporta la resa del paese. Nel delta, la lotta continua sino all'autunno. Gli spostamenti vengono resi difficoltosi dalla piena del Nilo che inonda la regione e le truppe vengono assillate ad ogni minima occasione. Il pericolo viene sia dai beduini, nomadi, sia dalla popolazione ostile a delle requisizioni troppo pesanti o resa ardita dai potenti notabili di provincia.
La pacificazione del basso Egitto comunque sembra concludersi entro il mese di ottobre, ma la calma rimarrà sempre precaria. Tre mesi dopo l'occupazione, l'insurrezione del Cairo, totalmente imprevista, ne è la prova.
Durante questo tempo, in Alto Egitto, il generale Desaix risale il Nilo fino ad Assuan all'inseguimento di Murad, che viene sconfitto a due riprese, senza peraltro essere annientato. Il generale francese invia una colonna, alla guida di Belliard, per prender possesso di Cosseir, sul Mar Rosso. Tutto l'Egitto diventa a quel punto francese. Il controllo del territorio, tuttavia, rimane tutt'altro che ferreo, limitandosi l'occupazione alla parte utile del paese: la valle, il delta ed i porti (Alessandria, Suez e Cosseir). Nel deserto, i Beduini sono infatti imprendibili. Ai confini lontani di un territorio senza limiti, i Mamelucchi - Ibrahim sulla frontiera della Siria, Murad in Nubia - rimangono minacciosi, sebbene i loro beni e le loro donne siano diventati ostaggio dell'occupante. Fatto ancor più grave, il 1° agosto Nelson annienta le speranze di rinforzo, affondando la flotta francese ad Abukir. Il Mediterraneo è così diventato un lago nemico, nel cui spazio solo qualche rara nave può passare senza timore.

Utopia coloniale
Per tre anni, la pacificazione non sarà che un miraggio, a causa delle mene dei Mamelucchi e del governo ottomano, o a seguito dell'incomprensione suscitata da misure amministrative le quali, come ad esempio la pulizia delle strade o la distruzione per mezzo del fuoco dei beni degli appestati, offendono la cultura egiziana. Tanto più che l'amministrazione moltiplica i procedimenti burocratici e le tasse: registrazione delle proprietà, diritti di successione ed ogni altra misura giudicata vessatoria. Per le aristocrazie letterate e raffinate dell'Egitto moderno, la Francia era un paese di commercianti disprezzabili. Con Bonaparte diventa la Francia della forza, rispettata ma odiata, che resuscita l'odioso ricordo delle crociate.
Eppure i dirigenti francesi si sforzano di capire la società egiziana. Bonaparte orienta i lavori dell'Istituto d'Egitto verso i costumi e le istituzioni giudiziarie e scolari del paese. Il generale Kleber crea una commissione di informazioni sullo stato dell'Egitto moderno, che sarà all'origine della Descrizione dell'Egitto. Menou, che arriva ad abbracciare la religione mussulmana e sposa una egiziana, propugna l'utopia di una nazione biculturale; in tal modo però scontentando l'esercito (senza peraltro guadagnarsi pienamente il consenso della popolazione).

Dalla repressione alla moderna egittologia
Nell'ottobre 1798, se Bonaparte perdona i capi dell'insurrezione del Cairo, lo fa dopo aver cannoneggiato sui loro ultimi fedeli, nel cuore stesso della cultura e della fede mussulmana, la moschea El-Azhar, che viene saccheggiata e insozzata per suo ordine. Quattro mesi più tardi, fa invece passare a fil di spada tutta la guarnigione di Jaffa dopo la resa. Un'azione, questa, che si rivela non soltanto un crimine, ma un grave errore politico. Per contro, il processo che conduce al supplizio atroce dell'assassino di Kleber, nel giugno 1800, strappa l'ammirazione dello sceicco Abd al Rahman al Gabarti o Jabarti, cronista e membro del diwan.
Questo crudele episodio mette in evidenza gli avvicendamenti del potere dell'occupante: Barthelemy, che presiede all'esecuzione del colpevole e che comanda un corpo ausiliario incaricato del mantenimento dell'ordine, proviene da una comunità greca. Quanto alla raccolta delle imposte essa diviene incombenza di personalità copte. La Francia, in questo caso, mette in opera un modello coloniale inedito nelle suoi possedimenti precedenti, la realtà del compromesso si basa pertanto su un triplice accomodamento: al vertice, quello dei notabili del diwan, garanti o ostaggi; a tutti i livelli quello delle minoranza cristiana (copti, greci, siriani), spesso più spontanei; alla base, infine, quello dei capi tradizionali, sceicchi di villaggio o di corporazione.
Ma l'aspetto più originale è rappresentato dalla presenza di scienziati ed artisti al fianco dell'esercito d'Oriente. Il matematico Gaspard Monge ed il chimico Claude-Louis Berthollet avevano già accompagnato Napoleone in Italia, prima di farli eleggere all'Istituto. Egli li porta in Egitto con un campione dell'aristocrazia culturale dell'Illuminismo e della Rivoluzione: una decina di professori delle grandi istituzioni parigine, una quarantina di allievi dei primi anni della Scuola Politecnica, altrettanti ingegneri di ogni servizio, altrettanti artisti meccanici, disegnatori, architetti e persino musicisti e poeti, senza dimenticare una ventina di stampatori.
Come in Italia, gli scienziati partecipano alla gestione della società e del territorio. Di fatto un trasferimento di tecniche ha effettivamente avuto luogo. Vengono formati degli operai e degli apprendisti nella stampa, nella fabbricazione delle polveri e nelle officine meccaniche. Il generale Menou considerava, d'altronde, che uno "dei mezzi più sicuri di accelerare lo splendore di una colonia (era) quello di istruire i suoi abitanti con tutti i mezzi possibili". Con un talento che sorprende l'occupante, gli artigiani egiziani imiteranno ben presto i prodotti francesi. Il piano di modernizzazione del paese presentava però qualche debolezza. Il progetto di rigenerazione della società egiziana si impantana così rapidamente. Generalmente, le realizzazioni effettuate si sarebbero limitate alle necessità della colonia francese presente in Egitto e gli ambienti d'affari francesi avrebbero ottenuto che l'impiego nella manifattura di tessuti creata nel 1800 fosse riservato alla manodopera europea.
Da parte sua, infatti, l'Egitto non era pronto a ricevere così rapidamente le scienze e le arti europee. Gli esperimenti di chimica ai quali assiste lo sceicco Jabarti per lui non sono altro che un'abile e vana magia, anche se egli ammira sinceramente la tecnica europea: i mulini a vento, i ponti di barche sul Nilo e, ancora di più, le ingegnose carriole. All'opposto, di fronte ai geroglifici il cui senso è sempre sconosciuto, gli ingegneri francesi diventano umili collettori, copisti tanto fedeli per quanto lo consentono le difficili condizioni.
Attraverso la Descrizione dell'Egitto e la scoperta della Pietra di Rosetta, la spedizione permise di trasformare l'egittomania da curiosità a una nuova scienza: l'egittologia. Un pugno di giovani politecnici pose in tal modo le basi dei primi metodi dell'archeologia scientifica.
Per quanto le condizioni politiche e militari lo consentano, l'appropriazione dell'Egitto da parte di scienziati ed ingegneri fu totale. La nostalgia della Francia colpisce Monge e Berthollet, alla stregua dei soldati dopo la partenza di Napoleone nel 1799. Molti tecnici, inoltre, furono decimati dalla peste ed indeboliti dall'oftalmia.

Resistenze e rivolte
La stanchezza ed il rancore si impossessano anche degli Egiziani? Le resistenze incontrate prefigurano i movimenti nazionali, con i quali Napoleone si sarebbe confrontato ben presto, specialmente in Spagna ed in Germania. La rivolta scoppia sotto Napoleone (ottobre 1798) e sotto Kleber (marzo 1800), ma sotto Menou, al contrario, i rapporti fra i notabili e l'occupante sembrano migliorare decisamente. L'ultimo generale in capo incontra gravi difficoltà a gestire la situazione: nel marzo 1801 egli lascia la capitale per tentare invano di arrestare gli Inglesi a Canopo. Nel giugno, Belliard capitola al Cairo. Nel settembre, infine, Menou si arrende ad Alessandria ed i Francesi evacuano totalmente il paese.
Proprio come aveva profetizzato Robespierre, infatti, nessuno ama i "missionari armati" e l'esercito anglo-ottomano viene accolto dalla popolazione con sollievo. La piena del 1801, distruggendo il ponte di Giza, simbolo dell'ordine francese, mina al contempo la fiducia nell'amministrazione turca. Mehemet Alì, attraverso manovre abili e decise, cercherà successivamente di realizzare la sintesi delle culture e lanciare l'Egitto nella modernità. Su queste basi, il nuovo sovrano straniero arriverà a forgiare una nuova identità nazionale.


BIBLIOGRAFIA

* L' antico Egitto di Napoleone, a cura di P. Piacentini - Oscar Mondadori, 2000
* Bonaparte in Egitto. Due cronache tra illuminismo e Islam, di D.Vivant-Denon e R. El-Gabarti - Manifestolibri, 2007
* Le campagne di Napoleone, di D. G. Chandler - Rizzoli, 1992

Sam

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