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I terremoti a roma nel medioevo

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I terremoti a roma nel medioevo

Messaggio  Sam il Lun Mar 14, 2011 1:14 pm

http://www.medioevo.roma.it

Premessa
La sismicità di Roma, nonostante la sua modestia, ha sempre costituito un effettivo pericolo per il patrimonio monumentale della città, caratterizzato da una elevata vulnerabilità (soprattutto a causa della scarsa o mancante manutenzione) che a volte ha provocato anche vittime.
Prima di procedere ad analizzare la sismicità di Roma medioevale, può essere utile ricordare alcuni elementi di sismologia. Com’è noto, i terremoti sono misurati per intensità (cioè per la forza con cui questo si è manifestato in un determinato luogo) grazie scala MCS (ovvero Mercalli-Cancani-Sieberg, dai nomi dell'ideatore e dei successivi rielaboratori). Diversa dall’intensità è la Magnitudo (introdotta da Richter) che esprime l'energia con cui il terremoto si è manifestato all'epicentro. La misura di Richter non è una scala, ma è il risultato di un calcolo basato sull'ampiezza dei segnali ricevuti dai sismografi confrontata con un valore standard. Per capire meglio la differenza, si può paragonare il terremoto a una trasmissione radio: la Magnitudo è la potenza della stazione trasmittente mentre il grado MCS è l'intensità del segnale ricevuto da una radiolina, che sarà via via più debole man mano che si allontana dal luogo di trasmissione. Dato che per i terremoti superficiali dell'Appennino Centrale esiste una relazione empirica tra Magnitudo e scala Mercalli (Magnitudo = 0,40 I + 1,69, dove I indica l’intensità massima della scala Mercalli), ci limiteremo qui a trattare i terremoti riferendoci unicamente alla scala MCS.

I grado - scossa strumentale.
II grado - scossa leggerissima.
III grado - scossa leggera.
IV grado - scossa moderata.
V grado - scossa forte.
VI grado - scossa molto forte.
VII grado - scossa fortissima.
VIII grado: - scossa rovinosa.
IX grado - scossa distruttiva.
X grado - scossa fortemente distruttiva.
XI grado - scossa catastrofica.
XII grado - scossa gravemente catastrofica.

La sismicità romana medioevale
La sismicità di Roma, nonostante la sua modestia, ha sempre costituito un pericolo per il patrimonio monumentale della città, caratterizzato da una elevata vulnerabilità (soprattutto a causa della scarsa o mancante manutenzione) che a volte ha provocato anche alcune vittime.
L’attività sismica romana ha quattro tipologie:
1) Attività sismica di origine locale. Riguarda l'area compresa in un raggio di 15 chilometri ed è caratterizzata da una frequenza piuttosto scarsa e da intensità massime corrispondenti al VI-VII grado MCS e profondità ipocentrali molto modeste (<5 km).
2) Attività sismica di aree prossime a Roma. Tali aree sono rappresentate dai centri sismici dei «Colli Albani», sede di terremoti molto frequenti con magnitudo massime intorno a 5, e del «litorale tirrenico», sede invece di terremoti molto poco frequenti, ma a volte di entità piuttosto rilevante. I risentimenti in Roma dovuti a terremoti provenienti dai Colli Albani sono numerosissimi, ma quasi sempre di bassa intensità (<V grado MCS). I rari risentimenti dovuti ai terremoti del «litorale tirrenico» hanno in un caso raggiunto il V-VI grado.
3) Attività sismica di aree dell'Appennino Centrale. A distanze comprese tra 60 e 130 km circa da Roma, sono presenti varie e importanti aree sismogenetiche, ai cui terremoti sono dovuti i più forti risentimenti sismici osservati nella città (intensità massima VII-VII grado MCS). Le aree decisamente più rilevanti sono quelle dell' «Aquilano» e del «Fucino», in cui hanno avuto origine terremoti che hanno prodotto in Roma danneggiamenti riferibili a circa il VII grado MCS.
4) Attività sismica di altre aree sismogenetiche. I terremoti con origine in settori diversi da quelli finora considerati risultano, relativamente alla sismicità di Roma, di scarsa importanza; i relativi risentimenti non hanno mai superato il IV grado MCS.

Nel complesso, gli eventi risentiti in Roma quelli con intensità >VI grado si sono verificati ogni 100 anni circa, mentre con intensità >VII grado MCS, ogni 500 anni circa; ma va tenuto presente che:
1) le notizie sui rari eventi di epoca antica ed altomedievale (fino al X secolo) sono vaghe e di difficile interpretazione;
2) le informazioni sui terremoti bassomedioevali sono piuttosto scarse, anche se sono possibili le prime valutazioni di intensità;
3) solo per gli ultimi tre secoli le notizie sui terremoti di Roma permettono la costruzione di un catalogo con un elevato grado di completezza, almeno per eventi di intensità uguale e superiore al IV grado MCS; in tale periodo si ha notizia che cinque scosse hanno prodotto danni diffusi in tutta l'area urbana, mentre alcune altre danni limitati solo a pochi edifici.

Il terremoto del 443
Nei fasti «Vindobonenses Posteriores» si ricorda che, sotto il consolato di Massimo e Paterio (anno 443), Roma fu colpita da un terremoto che fece crollare statue e i «portici nuovi», forse da identificare con le due parti del portico del Teatro di Pompeo, che Diocleziano e Massimiano fecero restaurare. A questo terremoto è stata inoltre attribuita la responsabilità di un crollo nella navata maggiore di S. Paolo fuori le mura. Un'epigrafe in cui è citato Rufio Cecina Felice Lampadio (che fu prefetto intorno al 443-450), ricorda una serie di restauri al Colosseo, forse resi necessari all’indomani del terremoto del 443. Anche un passo della Historia Romana di Paolo Diacono (sec. VIII) ricorda questo terremoto: «Circa in quei giorni Roma fu sconvolta da un così terribile terremoto che crollarono le case e gli edifici più importanti».

Il terremoto del 484 o 508
Un'epigrafe conservata all'interno dell'Anfiteatro Flavio attesta restauri all'arena e al podio, in seguito a uno spaventoso terremoto. Tale intervento fu opera del praefectus urbis Decius Marius Venantius Basilius, che lo sostenne a spese personali. Dato che Decius Marius Venantius Basilius fu console nel 484 o nel 508, la data dell'evento risulta incerta. Certo è che nel 444 o 445, quando si celebrò un festeggiamento a Valentiniano III, l'edificio risultava integro, mentre nel 519, in occasione di giochi pubblici documentati da fonti coeve, il portico già non esisteva più e una parte delle gradinate era fortemente deteriorata, forse proprio a causa del terremoto del 484/508.

Il terremoto dell’801
Gli Annales tradizionalmente attribuiti a Eginardo (sec. VIII-IX), ricordano che il 25 aprile 801 l'imperatore Carlo Magno si trovò a Spoleto quando avvenne un grandissimo terremoto nell'ora seconda della notte del giorno 30 aprile, che scosse gravemente tutta l'Italia e che causò il crollo del tetto della basilica di S. Paolo fuori le Mura.
Il Liber pontificalis, nella vita di Leone III, ricorda: «Nella nona indizione, a causa dei nostri peccati, avvenne improvvisamente un terremoto il 30 aprile, la chiesa di S. Paolo Apostolo fu scossa dal terremoto e i suoi tetti crollarono. Il grande ed illustre pontefice vedendo ciò ebbe grande dolore e prese a lamentarsi sia per le suppellettili d'argento, sia per le altre suppellettili che nella chiesa andarono distrutte o rovinate. Ma con l'aiuto e la protezione del Signore, il pontefice, impegnandosi con tutte le sue forze, restaurò la chiesa come si trovava fin dai tempi antichi, rafforzandola grandemente, e ne migliorò l'aspetto decorando con marmo sia il presbiterio che la chiesa e rinnovando i suoi portici.». I danni riguardarono quindi non solo il tetto della basilica, ma verosimilmente anche i portici esterni, che furono rinnovati e forse ripavimentati. Anche la chiesa di Santa Petronilla (conosciuta come chiesa cimiteriale dei SS. Nereo e Achilleo) sulla Via Ardeatina potrebbe essere caduta per effetto di questo sisma. Eginardo e il Liber pontificalis, grazie ai differenti stili di datazione, si confermano a vicenda: l'anno 801 coincideva infatti con la nona indizione. Anche se entrambe indicano come giorno il 30 aprile, è tuttavia necessario tener conto di un altro fattore per una più adeguata approssimazione al tempo origine del terremoto. L'annalista afferma che esso avvenne all'ora seconda della notte del 30 aprile, facendo chiaramente uso della scala di misura romana in ore temporarie che, tradotta in tempo locale corrisponde circa alle ore 20 del giorno precedente.

Il terremoto del 1091
Una generica menzione di un «ingens terre motus» avvenuto il 27 gennaio 1091 è contenuta in un necrologio dell'XI secolo, conservato in un codice miscellaneo della Biblioteca del British Museum. Il necrologio non fa tuttavia alcuna menzione di danni o crolli. L'evento è attestato anche da altre tre fonti dei secoli XI e XII: il Liber Pontificalis, il Catalogus Imperatorum et pontificum (sec. XIII) e il Chronicon pontificum et imperatorum basileense (sec. XIII). Neanche queste fonti attestano danni in Roma; pertanto il termine in gens utilizzato nel necrologio sembra far rientrare il terremoto del 1091 nella categorie degli eventi percepiti come forti soltanto dalla sensibilità delle persone.

Il terremoto del 1349
Il terremoto del 9 settembre 1349 è stato uno dei più importanti terremoti storici con origine nell'Appennino centrale e probabilmente dell'evento sismico più fortemente risentito in Roma di cui si ha notizia. Nel suo complesso il terremoto interessò con danni riferibili ad intensità uguali e superiori all'VIII grado MCS un'area molto estesa, area che grosso modo corrisponde al settore di Appennino centro-meridionale compreso tra Perugia e Benevento. Il terremoto è attestato in numerose fonti coeve (documentarie e memorialistiche) ed è ampiamente ricordato nella tradizione cronachistica italiana; inoltre, a causa della grande estensione delle aree danneggiate, viene citato in numerosissime opere di storia locale. Secondo la testimonianza di Matteo Villani (sec. XIV), i danni in Roma furono decisamente consistenti, almeno su alcuni edifici di rilievo: «[i terremoti] feciono cadere il campanile della chiesa grande di San Pagolo, con parte della nobile torre delle Milizie, e la torre del Conte, lasciando in molte parti di Roma memoria delle sue rovine». A Petrarca (1351), che si trovava a Roma per il Giubileo del 1350, la città apparve prostrata: «Roma è stata scossa da un insolito tremore, tanto gravemente che dalla sua fondazione, che risale a oltre duemila anni fa, non è mai accaduto nulla di simile. Caddero gli antichi edifici trascurati dai cittadini ammirati dai pellegrini, quella torre, unica al mondo, che era detta del conte, aperta da grandi fenditure si è spezzata ed ora guarda come mutilata il proprio capo, onore della superba cima sparsa al suolo; inoltre, benché non manchino le prove dell'ira celeste, buona parte di molte chiese e anzitutto di quella dedicata all'apostolo Paolo è caduta a terra la sommità di quella Lateranense è stata abbattuta, tutto ciò rattrista con gelido orrore l'ardore del giubileo». Petrarca tornò sull'argomento ancora due volte (1353 e 1368), benché con meno particolari: in una lettera ricorda tra gli edifici danneggiati anche la «Virginis domus supremo colle consistens», da identificare probabilmente con la chiesa di Santa Maria in Ara Coeli.
Per quanto riguarda le fonti cronachistiche romane, è andato purtroppo perduto il capitolo della Cronica attribuita a Bartolomeo di Iacovo da Valmontone (sec. XIV), intitolato dall'autore stesso, come si ricava dall'indice superstite, «Dello terratriemulo lo quale fu in Italia». Il Chronicon mutinense di Giovanni da Ballano (sec. XIV) ricorda che a Roma cadde la colonna di marmo «che sosteneva la chiesa di S. Paolo con circa la terza parte del tetto». Forse anche in considerazione dell'afflusso dei pellegrini per il Giubileo, Clemente VI si preoccupò del restauro di alcune delle più importanti chiese della città che avevano subito danni a causa del sisma. Secondo vari documenti pontifici riguardanti i restauri, sono attestati danni per le basiliche di S. Paolo, di S. Pietro e di S. Giovanni in Laterano. Autori posteriori riportano notizie di danni anche relativamente a qualche altro importante edificio, notizie però di cui non si è ancora avuto riscontro in documenti contemporanei.

Dopo il terremoto 1349 sembra che Roma (e in generale l’Italia Centrale) abbia goduto di una relativa calma sismica, che è perdurata fino al grande terremoto del 1703, anno in cui si avvertirono in Roma varie decine di scosse, alcune delle quali causarono danni considerevoli agli edifici e qualche vittima.

Sam

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