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ALESSANDRO MANZONI, UN LETTERATO AL SERVIZIO DI UNA NUOVA NAZIONE

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ALESSANDRO MANZONI, UN LETTERATO AL SERVIZIO DI UNA NUOVA NAZIONE

Messaggio  Achille il Mar Dic 28, 2010 12:07 pm



Alessandro Manzoni, nome completo Alessandro Francesco Tommaso Manzoni (Milano, 7 marzo 1785 – Milano, 22 maggio 1873), fu uno scrittore, poeta e drammaturgo italiano. È considerato uno dei maggiori romanzieri italiani di tutti i tempi, principalmente per il suo celebre romanzo I promessi sposi, caposaldo della letteratura italiana.
Fu anche un senatore a vita del Regno d'Italia.

La famiglia

Il nonno materno di Alessandro Manzoni, Cesare Beccaria, era un autore ben conosciuto (scrisse il trattato Dei delitti e delle pene posto nell’Indice dei libri proibiti), la madre Giulia Beccaria (1762–1841) era una donna di grande cultura e sensibilità letteraria.
Il padre ufficiale di Manzoni, Don Pietro (1736–1807), che era ormai sulla cinquantina quando nacque Alessandro, era membro di un'antica famiglia stabilitasi a Lecco nel 1612 con Giacomo Maria Manzoni e che aveva fama di esser prepotente, tanto che sia a Lecco che a Barzio, in Valsassina, circolavano proverbi che paragonavano i Manzoni al Pioverna, un torrente che conosceva piene violente ed impetuose. Il suo vero padre potrebbe invece essere stato Giovanni Verri (fratello minore di Pietro e Alessandro Verri), come confermerebbe una lettera inviata allo stesso Verri da Giuseppe Gorani, ritrovata recentemente a Milano[1].

Biografia

Nasce a Milano il 7 marzo 1785 da Giulia Beccaria e da don Pietro Manzoni (esponente della piccola nobiltà lecchese), figlio di Alessandro Valeriano, pronipote di un ricchissimo mercante - imprenditore lecchese, Giacomo Maria Manzoni, e di Margherita di Fermo Porro.
I suoi primi due anni di vita li trascorre nella cascina Costa di Galbiate, tenuto a balia da Caterina Panzeri. Questo fatto è attestato dalla targa tuttora affissa nella cascina. In seguito alla separazione dei genitori (la madre dal 1793 convive con il colto e ricco Carlo Imbonati, prima in Inghilterra, poi in Francia, a Parigi), Alessandro Manzoni viene educato in collegi religiosi; dal 1796 al 1798 presso il collegio Sant'Antonio dei padri Somaschi a Merate e Lugano, poi presso i Barnabiti. Pur essendo insofferente di tale pedantesca educazione, della quale denunciò i limiti anche disciplinari, e pur venendo giudicato uno studente svogliato, da tali studi gli deriva una buona formazione classica e il gusto per la letteratura. A quindici anni sviluppa una sincera passione per la poesia e scrive due notevoli sonetti. Il nonno materno gli insegna a trarre dall'osservazione del reale conclusioni rigorose ed universali.
Il giovane Manzoni dal 1801 al 1805 vive con l'anziano don Pietro, dedica buona parte del suo tempo alle ragazze e al gioco d'azzardo e ha modo anche di frequentare l'ambiente illuministico dell'aristocrazia e dell'alta borghesia milanese. Il compiacimento neoclassico del tempo gli ispira le prime esperienze poetiche, modulate sull'opera di Vincenzo Monti, idolo letterario del momento. Ma, oltre questi, Manzoni si volge a Giuseppe Parini, portavoce degli ideali illuministici nonché dell'esigenza di moralizzazione, e a Francesco Lomonaco, un esule napoletano. A questo periodo si devono Il trionfo della libertà, Adda, I quattro sermoni che recano l'impronta di Monti e di Parini, ma anche l'eco di Virgilio e di Orazio. Il metodo di scrittura e di poetare manzoniano di questo periodo è molto legato alla tradizione classica.
Nel 1805 raggiunge la madre nel quartiere di Auteuil a Parigi, dove passa due anni, partecipando al circolo letterario dei cosiddetti ideologi, filosofi di scuola ottocentesca, tra i quali si fa molti amici, in particolare Claude Fauriel (il quale avrà una forte influenza sulla formazione del Manzoni; infatti Fauriel inculca ad Alessandro un grande interesse per la storia e gli fa capire che non deve scrivere seguendo modelli rigidi e fissi nel tempo, ma deve riuscire a esprimere sentimenti che gli permettano di scrivere in modo più "vero", in maniera da "colpire" il cuore del lettore) e ha modo di apprendere le teorie volterriane. Alessandro si imbeve della cultura francese classicheggiante in arte, scettica e sensista in filosofia (i sensi sono alla base della conoscenza; l'illuminismo è la critica razionale della realtà; lotta al pregiudizio e alla tradizione derivata dall'autorità; i problemi religiosi non si basano sull'esperienza, ma sulla superstizione) ed assiste all'evoluzione del razionalismo verso posizioni romantiche.
Nel 1806-1807, mentre si trova ad Auteuil, appare per la prima volta in pubblico come poeta, con due pezzi, uno intitolato Urania, in quello stile neoclassico del quale poi lui stesso diventerà il più strenuo avversario; l'altro, invece, un carme commemorativo in endecasillabi sciolti, sulla morte del conte Carlo Imbonati, dal quale, attraverso la madre, erediterà un patrimonio considerevole, tra cui la villa di Brusuglio, diventata da allora sua principale residenza.
Per mezzo del Fauriel, Manzoni entra in contatto con l'estetica romantica tedesca prima ancora che Madame de Staël la diffonda in Italia. Nel 1809, dopo la pubblicazione del suo poemetto Urania, Manzoni dichiara che non scriverà più versi simili, aderendo alla poetica romantica, secondo la quale la poesia non deve essere destinata ad una élite colta e raffinata, bensì deve essere di interesse generale ed interpretare le aspirazioni e le idee dei lettori. Manzoni è ormai sulla via del realismo romantico; tuttavia non accetterà mai la convinzione propria sia del romanticismo sia dell'amico Fauriel, che la poesia debba essere espressione ingenua dell'anima e quindi non rinuncerà mai al dominio intellettuale del sentimento ed a una controllata espressione formale, caratteristica del romanticismo italiano.

Nel 1811 Manzoni, già anticlericale per reazione all'educazione ricevuta ed indifferente, più che agnostico o ateo, riguardo al problema religioso, si riavvicina alla Chiesa. Nel 1808, a Milano, lo scrittore aveva sposato la calvinista Enrichetta Blondel (1791-1833), figlia di un banchiere ginevrino; il matrimonio si rivelò felice, coronato dalla nascita di 10 figli. Tornato a Parigi la frequentazione con il sacerdote Eustachio Degola, genovese, giansenista (che da Sant'Agostino deriva l'interpretazione assolutistica del problema della predestinazione, della grazia e del libero arbitrio), porta i due coniugi l'una all'abiura del calvinismo e l'altro ad un riavvicinamento alla pratica religiosa cattolica (1810)[2].
Tale riconciliazione con il cattolicesimo è per lo scrittore il risultato di lunghe meditazioni; il suo atteggiamento, pur nella sua stretta ortodossia (cioè nell'esigenza di attenersi rigorosamente ai dettami della Chiesa), ha coloriture gianseniste che lo portano alla severa interpretazione della religione e della morale cattoliche. La riscoperta della fede fu per Manzoni la conseguenza logica e diretta del dissolversi, nei primi anni dell'800, del mito della ragione, concepita come perennemente valida e certa fonte di giudizio, donde la necessità di individuare un nuovo sicuro fondamento della moralità. Persa, quindi, la speranza di raggiungere la serenità per mezzo della ragione, la vita e la storia gli parvero romanticamente immerse in un vano, doloroso, inspiegabile disordine: per non abbandonarsi alla disperazione bisognava trovare un fine ultraterreno. Nel Manzoni, quindi, l'irrequietezza esistenziale si compone nella fede fervente conciliandola con la fermezza intellettuale.
La sua energia intellettuale nel tempo immediatamente successivo alla conversione fu impegnata nella composizione di cinque Inni Sacri: La Resurrezione, Il nome di Maria, Il Natale, La Passione e La Pentecoste, ovvero una serie di liriche sulle principali festività liturgiche. Si dedicò inoltre ad un trattato, Osservazioni sulla morale cattolica, intrapreso sotto la guida religiosa di monsignor Luigi Tosi (cui il Degola aveva affidato la guida spirituale della famiglia Manzoni al loro ritorno in Italia) in riparazione alla sua iniziale lontananza dalla fede.
Importante nella evoluzione spirituale di Manzoni fu anche Antonio Rosmini, con cui strinse una profonda amicizia. Rosmini, sul letto di morte, avrà proprio il conforto di Manzoni, a cui lascerà questo testamento spirituale: Adorare, Tacere e Godere.
Nel 1818 mise in vendita tutti i suoi possedimenti lecchesi, tra cui la villa di famiglia del Caleotto dove aveva trascorso tutta l'infanzia e l'adolescenza. Intendeva trasferirsi definitivamente in Francia e aveva messo in vendita anche la casa di via Morone a Milano, ma dovette aspettare un anno poiché le autorità austriache gli negarono il passaporto.
Nel settembre del 1819 Manzoni partì per Parigi, dove fu ospite per più d'un mese di Sophie de Condorcet. Insieme a lui undici persone: i genitori, cinque figli, nonna Giulia e tre domestici. Nella capitale francese il Manzoni frequenta lo storico Augustin Thierry (1795-1856) e il filosofo Victor Cousin (1792-1867), che tornerà con lui in Italia e sarà ospite a Brusuglio e a Milano.
Nel 1819 Manzoni pubblicò la sua prima tragedia, Il Conte di Carmagnola, che generò una viva controversia perché violava coraggiosamente tutte le convenzioni classiche. Un articolo pubblicato su una importante rivista letteraria lo criticò severamente; dall'altro lato fu addirittura Goethe a replicare in sua difesa, insieme al meno famoso critico ligure Trincheri da Pieve.
La morte di Napoleone nel 1821 ispirò a Manzoni il noto componimento lirico Il cinque maggio. Gli eventi politici di quell'anno, uniti alla carcerazione di molti suoi amici, pesarono molto sulla mente di Manzoni ed il suo lavoro di quel periodo fu ispirato soprattutto dagli studi storici, nei quali cercò distrazione dopo essersi ritirato a Brusuglio.
Intanto, con l'episodio dell'Innominato, storicamente identificabile come Francesco Bernardino Visconti (ma di recente critici come Enzo Raimondi[3] vedono nel Manzoni stesso la fonte letteraria del personaggio), iniziò a prendere forma il romanzo Fermo e Lucia, la versione originale de I promessi sposi,ambientato nei luoghi lecchesi della sua infanzia, che fu completato nel settembre 1822. Dopo la revisione da parte di amici tra il 1825 ed il 1827, esso fu pubblicato, un volume per anno, portando ad un tratto grande fama letteraria all'autore.
Sempre nel 1822, Manzoni pubblicò la sua seconda tragedia, Adelchi, che tratta del rovesciamento da parte di Carlo Magno della dominazione longobarda in Italia e che contiene molte velate allusioni all'occupazione austriaca; in particolare la figura di Ermengarda ricorda quella dell'amica d'infanzia Teresa Casati in Confalonieri, per la quale nel 1830 comporrà l'epitaffio tombale presso lo storico Mausoleo Casati Stampa di Soncino in Muggiò (Milano).
In seguito Manzoni, per dare vita alla stesura finale del romanzo a livello formale e stilistico, si trasferì a Firenze nel 1827, in modo da entrare in contatto e "vivere" la lingua fiorentina delle persone colte, che rappresentava per l'autore l'unica lingua dell'Italia unita. L'11 dicembre 1827 fu eletto socio dell'Accademia della Crusca[4]. Rielaborò I promessi sposi dopo la "risciacquatura in Arno"[5] facendo uso dell'italiano nella forma fiorentina colta e nel 1840 pubblicò questa riscrittura. Con ciò assumeva che quella era la prima vera opera frutto totale della lingua italiana. Dette alle stampe anche la Storia della colonna infame, un saggio che riprende e sviluppa il tema degli untori e della peste, che già tanta parte aveva avuto nel romanzo, del quale inizialmente costituiva un excursus storico.

Sul piano privato, la perdita della moglie nel 1833 fu seguita da quella di molti dei figli, tra cui la primogenita Giulia, già moglie di Massimo D'Azeglio, della madre e dell'amico Fauriel. Il 2 gennaio 1837 sposò Teresa Borri (11 novembre 1799 - 23 agosto 1861), vedova del conte Decio Stampa. Egli sopravvisse anche a quest'ultima. Dei nove figli nati dal primo matrimonio solo due morirono successivamente al padre.
Nel 1860 fu nominato senatore del Regno: con questo incarico votò nel 1864 a favore dello spostamento della capitale da Torino a Firenze fintanto che Roma non fosse stata liberata. Come presidente della commissione parlamentare sulla lingua scrisse, nel 1868, un breve trattato sulla lingua italiana: Dell'unità della lingua italiana e dei mezzi per diffonderla.

La morte

Alessandro Manzoni morì di meningite il 22 maggio 1873. La malattia fu la conseguenza di un trauma cranico che si procurò il 6 gennaio quando cadde sbattendo la testa su di uno scalino all'uscita dalla chiesa di San Fedele di Milano. Le sofferenze furono acuite dalla morte del figlio maggiore Pier Luigi, avvenuta il 28 aprile.
Nel Cimitero Monumentale della città ambrosiana si tenne il solenne funerale, che vide una grandissima partecipazione e la presenza dei principi e di tutte le più alte autorità dello stato. Nel 1874, nell'anniversario della morte, Giuseppe Verdi diresse personalmente nella chiesa di San Marco di Milano la Messa di requiem, composta per onorarne la memoria. Nel 1883, a dieci anni dalla morte, la sua tomba venne spostata nel Famedio del Cimitero Monumentale di Milano.
Le prime biografie di Manzoni furono scritte da Cesare Cantù (1885), Angelo de Gubernatis (1879), Arturo Graf (1898). Una parte delle lettere di Manzoni fu pubblicata da Giovanni Sforza nel 1882. L'ultimo ramo rimasto della famiglia di Alessandro è quello dei conti Manzoni di Lugo di Romagna.
Il 28 giugno 1872 Manzoni fu nominato cittadino onorario di Roma[6].

Opere

Scrittore fecondo e versatile, Alessandro Manzoni iniziò negli anni giovanili con composizioni di ispirazione neoclassica. La conversione religiosa determinò una grande svolta nella sua attività letteraria. Tra il 1812 e il 1822 compose gli Inni sacri, cinque composizioni poetiche dedicate alle maggiori festività della Chiesa cattolica: La Resurrezione, Il nome di Maria, Il Natale, La Passione, La Pentecoste. Nel 1821 scrisse le cosiddette "odi civili": Marzo 1821, dedicata alle insurrezioni anti-austriache di quell'anno, e Il Cinque maggio, composta di getto all'annuncio della morte di Napoleone Bonaparte.
Tra il 1816 e il 1822 scrisse inoltre due tragedie, Il Conte di Carmagnola (1816) e Adelchi (1822), frutto di un'attenta riflessione teorica sul teatro e sul genere tragico in particolare. L'opera più completa e matura di Manzoni è però il romanzo I Promessi Sposi, scritto in una prima versione (con il titolo Fermo e Lucia) tra il 1821 e il 1823; poi profondamente modificato dal punto di vista della narrazione e pubblicato nel 1827; infine ancora rivisto, questa volta solo nella forma linguistica: nella ricerca di una lingua accessibile agli italiani di varia origine e cultura Manzoni scelse come modello il fiorentino parlato dai contemporanei. Questa versione definitiva fu pubblicata a dispense tra 1840 e il 1842.
Va ricordata inoltre la produzione saggistica di Manzoni, articolata in scritti critici, morali, storici e linguistici.

Manzoni e l'unità linguistica dell'Italia

L’operazione compiuta da Manzoni (1785-1873) col suo romanzo I Promessi Sposi ha una portata incalcolabile anche nel campo linguistico. Manzoni ha fornito alla letteratura italiana moderna un nuovo modello di lingua letteraria, libero dall’antico “cancro della retorica”. Ci ha offerto quindi su un piano non più letterario ma civile, l’indicazione di una possibile lingua di uso comune nella società della futura Italia unita. Manzoni intendeva indirizzare quest’opera ad un pubblico vasto, trattando di problemi vivi nella coscienza contemporanea; proprio per questo non poteva più utilizzare la lingua della tradizione italiana , aulica e ardua, comprensibile solo a chi fosse fornito di alta cultura, ma doveva ricercare una lingua comprensibile a tutti. Del problema della lingua Manzoni dovette occuparsene innanzitutto nel suo lavoro concreto di scrittore: in una prima stesura del Fermo e Lucia lo scrittore si accorse di avere delle difficoltà dovute soprattutto alla mancanza di un “codice” comune tra chi scrive e chi legge, che gli potesse dare la certezza di usare uno strumento comunicativo egualmente conosciuto da entrambi. Più avanti, in una pausa che si prese prima della seconda redazione del suo libro, iniziò a porsi il problema linguistico anche su un piano teorico, arrivando per gradi alla soluzione di questo problema: in un primo momento egli si orientò verso una lingua di compromesso (nel Fermo) formata da un fondo di toscano letterario,ma arricchita da termini provenienti dal francese; ma già dopo il ’24 rinunciò a questa lingua composita e si rivolse decisamente verso il toscano, quale poteva apprendere dai libri. Pubblicato il romanzo, il suo viaggio a Firenze nel 1827 “fu come una rivelazione: quella lingua tanto faticosamente cercata nei libri, eccola viva, agile, reale, nei Fiorentini colti con cui veniva a contatto” (cfr Migliorini “Storia della lingua italiana”). Giunse così ad una soluzione: la lingua italiana unitaria, quella da usare nella letteratura come nella vita sociale, doveva essere il fiorentino delle persone colte; non la lingua morta dei libri del Trecento e del Cinquecento, come volevano i Puristi, ma la lingua parlata, attuale. In base a questi princìpi lo scrittore condusse una revisione del romanzo che lo occupò per lunghi anni. Lavorando scrupolosamente, secondo il suo costume e sottoponendo continuamente l’opera a fiorentini colti per averne suggerimenti sulla proprietà di vocaboli e costrutti, alla fine arrivò nel 1840 alla sua redazione definitiva ( ben tredici anni dopo la prima pubblicazione). Il romanzo a questo punto si offriva come esempio di lingua viva, agile, duttile, non irrigidita dal peso retorico, aprendo anche per questo aspetto una nuova via alla letteratura italiana.
Dal punto di vista linguistico il primo Ottocento rappresenta quindi un periodo decisivo nel nostro Paese giacchè per la prima volta in quegl’anni veniva posto l’obiettivo di superare la tradizionale dicotomia tra lingua scritta( quella letteraria) e la lingua parlata( dialetti). La stra-grande maggioranza della popolazione parlava infatti il dialetto e incontrava alcune difficoltà nel comunicare con persone provenienti da altre regioni. In parecchi casi le persone colte preferivano parlare in francese, la lingua internazionale del tempo: l’italiano letterario, infatti, nonostante la sua autorevole tradizione, si presentava male ai bisogni comunicativi del mondo moderno. Gli Illuministi del secolo precedente se ne erano resi conto e avevano accolto nella lingua letteraria numerosissimi influssi stranieri, nel tentativo di forgiare un idioma nazionale più duttile e meno aulico. A ciò reagirono, all’inizio dell’Ottocento, i puristi e i classicisti che riscontrarono nel modello trecentesco e cinquecentesco, la vera matrice dell’Italiano. Ma fu merito del movimento romantico, soprattutto lombardo se fu riproposto il problema linguistico nei suoi termini storicamente corretti: l’aspirazione a creare un Paese moderno e unito non poteva prescindere dalla necessità di riavvicinare la lingua scritta a quella parlata. Tra i molti tentativi, prevalse quello di Manzoni che fece scuola , ma la situazione rimase confusa fino all’unificazione ed oltre. L’italiano letterario subì in quegl’anni una profonda trasformazione sia a livello sintattico che lessicale ( tendenza alla semplificazione e slittamenti semantici di parole vecchie). Non mancarono novità nel campo della vita civile, che influenzarono a dismisura il campo linguistico come ad esempio, la vita politica, quella amministrativa (doganale), la tecnologia( locomotiva, fiammifero,etc), la scienza (boro, cloro e alluminio), ma anche l’abbigliamento (cravatta, cilindro) e il ballo ( Walzer, Mazurca e Polka).

Note

^ Fiorella Fumagalli, Vita e amori di Giulia Beccaria donna antica e molto moderna in la Repubblica del 02 dicembre 2004
^ Si dice, in proposito, che la conversione avvenne in occasione del trambusto della folla parigina per le nozze di Napoleone e Maria Teresa d'Austria: Manzoni perse di vista la moglie, ritrovandola poi nella raccolta quiete della chiesa di San Rocco. Di qui la conversione.
^ Avvenire del 21/05/2010.
^ Cfr. la scheda su Alessandro Manzoni del sito dell'Accademia della Crusca URL consultato il 7 giugno 2009
^ Questa espressione non appartiene al Manzoni, bensì a Nicolò Tommaseo.
^ Cfr. Luca Beltrami, Alessandro Manzoni, Milano U. Hoepli, 1898, p. 126.

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