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LA SPEDIZIONE DEI MILLE

Messaggio  Achille il Dom Dic 26, 2010 7:23 pm



La spedizione dei Mille è un celebre episodio del periodo risorgimentale italiano, avvenuto nel 1860 allorquando un corpo di volontari, protetto dal Piemonte, al comando di Giuseppe Garibaldi, partendo dalla spiaggia di Quarto, in Liguria, sbarcò in Sicilia, presso Marsala, e conquistò il Regno delle Due Sicilie, permettendone l'annessione al nascente stato italiano.

Premesse

A partire dal famoso incontro di Plombières con Napoleone III il 21 e 22 luglio 1858 e, soprattutto, dalla firma del trattato di alleanza difensiva fra Francia e Regno di Sardegna del 26 gennaio 1859, il primo ministro Cavour iniziò i preparativi per la liberazione del nord Italia e l'inevitabile guerra all'Austria.
Il 24 aprile 1859 Cavour riuscì a farsi dichiarare guerra dall'Austria, con inizio delle ostilità il 27 aprile. La seconda guerra di indipendenza terminò l'11 luglio; i termini dell'armistizio di Villafranca riconoscevano al Regno di Sardegna la Lombardia (con l'esclusione di Mantova), ma non il Veneto.
Già dal maggio 1859 le popolazioni del Granducato di Toscana, delle Legazioni (Bologna e la Romagna) del Ducato di Modena e del Ducato di Parma scacciavano i propri sovrani e reclamavano l'annessione al Regno di Sardegna, soprattutto grazie alla sapiente azione di agenti provocatori pilotati dal Governo piemontese, mentre le popolazioni di Umbria e Marche subivano la dura repressione del governo pontificio, il cui esempio più sanguinoso fu il massacro di Perugia.
Napoleone III e Cavour erano reciprocamente in debito: il primo poiché si era ritirato dal conflitto prima della prevista liberazione di Venezia, il secondo perché aveva consentito che i moti si estendessero ai territori dell'Italia centro-settentrionale. Lo stallo venne risolto il 24 marzo 1860, quando Cavour sottoscrisse la cessione della Savoia e del circondario di Nizza alla Francia ed ottenne in cambio il consenso dell'Imperatore all'annessione di Toscana ed Emilia-Romagna al Regno di Sardegna. Come disse Cavour all'emissario francese, i due erano divenuti “complici”.

Obiettivi e vincoli del Piemonte

Al marzo 1860, quindi, restavano in Italia tre soli Stati: il Regno di Sardegna, con Piemonte (inclusa Aosta), Liguria, Sardegna, Lombardia (eccetto Mantova), Emilia, Romagna e Toscana; lo Stato della Chiesa, con Umbria (inclusa Rieti), Marche, Lazio (con l'intoccabile Roma) e le exclave di Pontecorvo e Benevento; il Regno delle Due Sicilie, con Abruzzo (inclusa Cittaducale), Molise, Campania (incluse Gaeta e Sora), Basilicata, Puglia, Calabria e Sicilia.
A questi tre stati indipendenti bisogna aggiungere l'Impero Austriaco di Francesco Giuseppe che ancora poteva essere considerato una potenza con forti interessi nella penisola italiana, poiché possedeva intere regioni come il Veneto, il Trentino e il Friuli, oltre al territorio mantovano. Non si dimentichi, inoltre, la Francia nell'ambiguo ruolo di potenza protettrice di Roma e principale alleato del Regno di Sardegna: un'ambiguità che permise a Napoleone III di mantenere una decisiva influenza sulle cose italiane, sino all'estremo giorno di vita del suo impero (battaglia di Sedan del 1870), e che sarà determinante nel 1860.
Napoleone III, difatti, impediva al Regno di Sardegna tanto un'azione contro l'Austria (col suo mancato sostegno), quanto un'azione contro Roma (con la sua esplicita opposizione). Restava, pertanto, ai piemontesi un unico bersaglio possibile: Napoli.
Il Regno delle Due Sicilie, dunque, si presentava come un obiettivo, oltre che di primario interesse, anche facilmente conseguibile, e ciò per tre ordini di motivi. Prima di tutto, lo Stato duosiciliano era guidato da un monarca giovane e inesperto (Francesco II, succeduto al padre Ferdinando II solo il 22 maggio 1859, meno di un anno prima); in secondo luogo, il reame borbonico era divenuto una presenza scomoda per la Gran Bretagna, con la quale le relazioni, già inasprite dalla cosiddetta "questione degli zolfi"[2], erano divenute decisamente cattive. Infine, il Regno delle Due Sicilie era caduto in una sorta di isolamento diplomatico[3] e finì con il poter contare solamente sulle proprie forze.
Almeno sulla carta, comunque, il regno meridionale era ancora lo stato più esteso e, teoricamente, più potente della penisola. Esso, infatti, poteva fare affidamento su un esercito (il più grande d'Italia) di 93000 uomini (oltre a 4 reggimenti ausiliari di mercenari) e sulla flotta più potente di stanza nel Mediterraneo (11 moderne fregate, 5 corvette e 6 brigantini a vapore, oltre a vari tipi di navi a vela)[4]. Infine, come ammoniva Ferdinando II, era difeso "dall'acqua salata e dall'acqua benedetta"[4], cioè dal mare e dalla presenza dello Stato della Chiesa, che, protetto dalla Francia, avrebbe impedito ogni invasione via terra verso il sud.
Particolare importanza ebbe nell'autunno-inverno del 1859 l'azione abbozzata da Francesco II, di concerto con Francesco Giuseppe, a sostegno delle rivendicazioni di Pio IX, di Leopoldo II di Toscana e dei Duchi di Modena e Parma per rientrare in possesso dei loro possedimenti in Italia centrale[5].
L'iniziativa, infatti, si scontrava direttamente con gli interessi vitali di Torino e, di conseguenza, di Parigi, dal momento che Napoleone III, per giustificare la guerra all'Austria di fronte all'opinione pubblica francese, doveva annettere alla Francia i territori oggetto degli accordi di Plombières[6].

Prima della spedizione

La ricerca di un casus belli

Il Regno di Sardegna, però, necessitava di un casus belli presentabile per attaccare il Regno delle Due Sicilie. Questa era per lo stato sabaudo, che comunque non emise mai alcuna dichiarazione di guerra nei confronti del reame borbonico,[7][8][9] una condizione indispensabile, dal momento che, fra gli imperativi che la politica europea imponeva al Cavour, v'era presentarsi sempre come lo strumento del ripristino dell'ordine.
L'unico accadimento che avrebbe potuto soddisfare questa esigenza era una sollevazione dall'interno. Un tale evento avrebbe provato la disaffezione delle popolazioni alla Dinastia che governava a Napoli e, soprattutto, l'incapacità di Francesco di Borbone di garantire, in forme accettabili, l'ordine pubblico nei propri domini.
La Sicilia, come dimostrava la storia dei trascorsi decenni, era terreno fertile, e i liberali meridionali, specialmente quelli rientrati dopo l'amnistia concessa dal giovane Re, lavoravano in tal senso già da tempo.

La situazione interna al Regno delle Due Sicilie

Nel corso degli anni, erano state diverse le ribellioni che i Borbone avevano dovuto sedare: la rivoluzione indipendentista siciliana del 1820, la rivoluzione calabrese del 1847[10], la rivoluzione indipendentista siciliana del 1848 e quella calabrese dello stesso anno[11], ed il movimento costituzionale napoletano del 1848.
Dal punto di vista militare, fondamentale era stata la vicinanza con l'Austria. Per due volte, infatti, i Borbone avevano riguadagnato il trono in seguito all'intervento degli eserciti austriaci: nel 1815 l'austriaco Federico Bianchi sconfisse l'esercito napoletano di Gioacchino Murat, cognato di Napoleone, nella battaglia di Tolentino ed, ancora, nel 1821 l'austriaco Johann Maria Philipp Frimont sconfisse un secondo esercito napoletano, quello di Guglielmo Pepe, nella battaglia di Rieti e in quella di Antrodoco.
Nel 1860, tuttavia, la situazione appariva di gran lunga più favorevole ai Borbone: sin dal 1821, infatti, all'esercito era dedicata costante attenzione economica da parte dei regnanti e, nel complesso, rinforzato da reparti composti da arruolati stranieri, appariva sicuramente fedele alla casa regnante.
I liberali napoletani, comunque, non avevano forza sufficiente neanche ad imporre una costituzione, nemmeno dopo Solferino. Essi erano, però, presenti in buon numero nelle alte cariche dell'esercito e dell'Armata di Mare (che, infatti, non mostrò alcun fervore nel corso dell'intera campagna contro Garibaldi).
Il popolo delle provincie continentali, invece, era generalmente vicino alla dinastia borbonica, come avevano clamorosamente dimostrato il successo del movimento sanfedista, che nel 1799 aveva rovesciato la Repubblica Napoletana, con strage dei giacobini del Regno, e la resistenza antifrancese del periodo 1806-1815. Tale vicinanza alla casa regnante sarà dimostrata anche successivamente dalle dimensioni della rivolta post-unitaria, definita semplicisticamente come un mero fenomeno di brigantaggio.

I mazziniani e la Sicilia

L'unica delle forze opposte ai Borbone che mostrasse la volontà di scendere in armi, in quel 1860, era l'autonomismo siciliano. I ricordi della lunga rivoluzione del 1848 erano ancora vividi, la repressione borbonica era stata particolarmente dura e nulli i tentativi del governo napoletano di giungere ad un accomodamento politico. Inoltre, l'insofferenza non era limitata alle classi dirigenti, ma coinvolgeva, anche se con motivazioni ed obiettivi differenti, una larga fascia della popolazione cittadina e rurale: congiuntura pressoché unica nel corso dell'intero Risorgimento. A dimostrazione di ciò, infatti, vi sono le adesioni di volontari alle schiere garibaldine da Marsala a Messina, sino al Volturno.

Molti dei quadri dirigenti della rivoluzione del 1848 (tra cui Rosolino Pilo e Francesco Crispi) erano espatriati a Torino, avevano partecipato con entusiasmo alla seconda guerra di indipendenza e avevano maturato un atteggiamento politico decisamente liberale e unitario. Proprio i mazziniani, invero, vedevano nella Sicilia insurrezionalista, nell'intervento di Garibaldi e nella monarchia sabauda gli elementi fondanti per il successo della causa unitaria[12]. Il 2 marzo 1860, infatti, Giuseppe Mazzini scriveva una lettera ai Siciliani incitandoli alla ribellione e dichiarava: "Garibaldi è vincolato ad accorrere"[12].
In particolare, Rosolino Pilo ebbe un preciso ruolo nel porre le basi per una nuova sollevazione in Sicilia. Sempre nel mese di marzo, questi, intenzionato a salpare alla volta dell'isola, si era rivolto a Garibaldi, prima chiedendo armi e poi invitando il nizzardo ad un intervento diretto al di là dello stretto[13]. Garibaldi, però, si era tirato indietro ritenendo inopportuno qualsiasi moto rivoluzionario che non avesse avuto buone probabilità di successo[13]. Il nizzardo avrebbe guidato una rivoluzione solo se a chiederglielo fosse stato il popolo ed il tutto fosse avvenuto in nome di Vittorio Emanuele II[14]. Solo con il contributo delle popolazioni locali e l'appoggio del Piemonte, infatti, Garibaldi avrebbe contenuto il rischio di un fallimento, evitando risultati simili a quelli avuti in precedenza dai fratelli Bandiera o da Carlo Pisacane[13]. Pur non avendo ottenuto l'immediato sostegno di Garibaldi, il 25 marzo Rosolino Pilo partì comunque per la Sicilia con l'intento di preparare il terreno per la futura spedizione[15]. Accompagnato da Giovanni Corraro, anch'egli mazziniano, il Pilo giunse nel messinese e prese immediatamente contatti con gli esponenti delle famiglie più importanti. In questo modo egli si assicurò l'appoggio dei latifondisti. I baroni, infatti, una volta sbarcato il corpo di spedizione, avrebbero rese disponibili le bande che erano al loro servizio, i cosiddetti picciotti[16].

La rivolta della Gancia

A Palermo, il 4 aprile, si accese la fiamma della rivolta con un episodio, subito represso[17], che ebbe tra i protagonisti, sul campo, Francesco Riso e, lontano dalla scena, Francesco Crispi, che coordinò l'azione dei rivoltosi da Genova[18]. Nonostante il fallimento, l'accaduto diede il via ad una serie di manifestazioni ed insurrezioni[17] tenute in vita dalla famosa marcia di Rosolino Pilo da Messina a Piana dei Greci, fra il 10 ed il 20 aprile. A coloro che incontrava lungo il percorso il Pilo annunciava di tenersi pronti "…che verrà Garibaldi". La notizia della sollevazione fu confermata sul continente da un telegramma cifrato inoltrato da Nicola Fabrizi il 27 aprile. Il contenuto del messaggio, non eccessivamente incoraggiante, accrebbe le incertezze di Garibaldi tanto da indurlo a rinunciare all'idea di una spedizione. Tale fu la delusione tra i sostenitori dell'impresa, che Francesco Crispi, che aveva decodificato il telegramma, sostenendo di aver commesso un errore, ne fornì una nuova versione. Quest'ultima, molto probabilmente falsificata dal Crispi, convinse il nizzardo ad intraprendere la spedizione[19].

La preparazione della spedizione

Il ruolo di Cavour

Cavour riteneva rischiosa l'idea di una spedizione che considerava dannosa per i rapporti con la Francia, essenzialmente perché sospettava che l'obiettivo di Garibaldi fosse Roma. Il conte, pertanto, si sarebbe decisamente opposto ad essa, ma il suo prestigio era stato scosso dalle cessioni di Nizza e Savoia e non si sentiva abbastanza forte per manifestare il proprio dissenso[20].
Per di più, Garibaldi, nonostante fosse vicino agli ambienti repubblicani e rivoluzionari, era, in tale prospettiva, già da tempo in contatto con Vittorio Emanuele II. Il nizzardo, infatti, a dispetto delle sue idee repubblicane, ormai da 12 anni aveva accettato di collaborare con Casa Savoia; d'altronde, le contingenze erano tali che lo stesso Mazzini poteva scrivere: "non si tratta più di repubblica o monarchia: si tratta dell'unità nazionale... d'essere o non essere"[21].
Per Cavour, invece, Garibaldi, pur godendo dell'illimitata stima dell'opinione pubblica liberale italiana, era fonte di grandi preoccupazioni. Solo alla fine del 1859, infatti, questi si era portato in Romagna con l'intento di invadere le Marche e l'Umbria, rischiando di scatenare le ire di Parigi. Il nizzardo, però, rappresentava anche una "opportunità"[22], poiché attraverso di lui si sarebbe potuta originare la "provvidenziale" sollevazione dall'interno, che avrebbe sconvolto il Regno delle Due Sicilie e "costretto" il Regno di Sardegna ad intervenire per garantire l'ordine pubblico. Il conte, pertanto, decise di assumere un atteggiamento attendista ed osservare l'evolversi degli avvenimenti, in modo da poter profittare di eventuali sviluppi favorevoli al Piemonte: solo quando le probabilità di un esito positivo della spedizione appariranno considerevoli, Cavour appoggerà apertamente l’iniziativa[22].
In quest'ottica, il 18 aprile, in seguito ai moti anti-borbonici, Cavour inviò in Sicilia due navi da guerra: il Governolo e l'Authion. Ufficialmente i due vascelli avevano il compito di proteggere i cittadini piemontesi presenti sull'isola. L'effettivo incarico, però, consisteva nel valutare accuratamente le forze degli opposti schieramenti[23]. Nello stesso tempo, il primo ministro piemontese riuscì, attraverso Giuseppe La Farina (che sarà inviato in Sicilia dopo lo sbarco, per controllare e mantenere i contatti con Garibaldi), a seguire tutte le fasi preparatorie della spedizione[24], finché egli stesso, il 22 aprile, non si recò a Genova per rendersi conto di persona della situazione[25]. Gli ultimi accordi fra Cavour e Vittorio Emanuele II vennero presi in un incontro a Bologna, il 2 maggio.

Il corpo di spedizione

Nel frattempo l'organizzazione della forza di spedizione era in pieno svolgimento. Garibaldi, reduce dalla brillante campagna di Lombardia con i Cacciatori delle Alpi, aveva dimostrato le proprie capacità di capo militare, affrontando con un esercito leggero, costituito da volontari, un esercito regolare. Anche per questa spedizione, dunque, avrebbe fatto ricorso all'arruolamento di volontari disposti a combattere sotto la sua guida.
L'armamento ed i quadri, qualora non attinti dai Cacciatori, sarebbero giunti dall'esercito piemontese, così come i finanziamenti. Le somme stanziate dal Piemonte per la spedizione, infatti, ammontarono a lire 7.905.607 e saranno computate nel bilancio del nuovo stato unitario[26]. In ogni caso, l'origine dei fondi avrebbe potuto essere, comunque, attribuita alla sottoscrizione nazionale "per un milione di fucili", iniziata già il 18 dicembre 1859 e sostenuta dai comuni nazionalisti, i quali avevano già raccolto notevoli somme.
Il corpo di spedizione, al momento della partenza da Quarto, era composto da 1162 uomini. I Mille provenivano prevalentemente dalle regioni centro-settentrionali e, tra essi, non c'erano solo italiani, ma anche combattenti stranieri. La compagine aveva anche un cappellano, Alessandro Gavazzi, che, criticando radicalmente l'istituzione del Papato, divenne protestante. Il più giovane del gruppo, imbarcatosi all'età di 10 anni, 8 mesi e undici giorni, assieme al padre Luigi, fu Giuseppe Marchetti, nato a Chioggia il 24 agosto 1849.

Il Piemonte e il Lombardo

Il 3 maggio, a Modena, venne siglato un primo accordo, attraverso il quale si rendevano disponibili ai garibaldini i due vascelli con i quali avrebbero raggiunto la Sicilia. In rappresentanza dello stato sabaudo erano presenti l'avvocato Ferdinando Riccardi e il colonnello Alessandro Negri di San Front, entrambi riconducibili ai servizi segreti piemontesi, avendo essi ricevuto l'incarico dall'Ufficio dell'Alta Sorveglianza politica e dell'Ufficio Informazioni della Presidenza del Consiglio dei ministri del Regno di Sardegna[27].
Il giorno seguente, il 4 maggio, l'intesa fu formalizzata: veniva stipulato, con rogito del notaio Gioacchino Vincenzo Baldioli, nel suo studio di via Po a Torino, il contratto con il quale il Regno di Sardegna acquistava "in via temporanea" dall'armatore Rubattino (attraverso la mediazione di un dipendente della compagnia, Giovanni Battista Fauché) due vapori, il Piemonte e il Lombardo, facendone beneficiario Giuseppe Garibaldi (rappresentato nella circostanza da un suo uomo di fiducia, Giacomo Medici), mentre garanti del debito si costituivano il re sabaudo e il suo primo ministro[27].
La sera del 5 maggio, meticolosamente sorvegliata dalle autorità piemontesi[24], la spedizione salpò dallo scoglio di Quarto, simulando, come da accordi, il furto delle due navi. Oltre al prezzo d'acquisto dei vascelli, infatti, alla società di navigazione Rubattino sarà anche riconosciuta, con decreto dittatoriale di Garibaldi del 5 ottobre 1860, la somma di 1,2 milioni di lire come risarcimento per la perdita del Piemonte e del Lombardo, valutati 750 mila lire, e del piroscafo Cagliari, valutato 450 mila lire (che era stato adoperato per la fallita spedizione di Pisacane nel 1857 e poi restituito all'armatore dal governo borbonico)[28].

Lo svolgimento della spedizione

Viaggio di trasferimento

I volontari, che al momento della partenza ammontavano a 1162, erano armati di vecchi fucili e privi di munizioni e polvere da sparo. Secondo quanto riferito da Giuseppe Cesare Abba, infatti, i due vapori piemontesi avrebbero dovuto incontrarsi nella notte con alcune scialuppe che avevano il compito di rifornirli, ma non vi riuscirono a causa di misteriose e controverse circostanze[29].
Da ciò conseguì la decisione di Garibaldi di fermarsi il 7 maggio a Talamone, dove recuperò, oltre alle munizioni, anche tre vecchi cannoni ed un centinaio di buone carabine presso la guarnigione dell'Esercito del Regno di Sardegna di stanza nel forte toscano. Una seconda sosta fu effettuata il 9 maggio, nel vicino Porto Santo Stefano, per rifornimento di carbone. Formalmente Garibaldi ottenne armi e carbone poiché li aveva pretesi nella sua qualità di maggiore generale del Regio Esercito.
Durante la sosta sulle coste toscane il nizzardo ordinò al colonnello Callimaco Zambianchi e a 64 volontari di distaccarsi dalla spedizione e tentare un'insurrezione nello Stato Pontificio. Zambianchi, dopo aver reclutato altri 200 uomini della zona, si inoltrò nel territorio papalino, causando alcuni saccheggi[30]. Il colonnello pontificio Georges de Pimodan, venuto a conoscenza della presenza dei garibaldini, giunse a contrastarli presso Orvieto con una sessantina di carabinieri. Dopo un breve scontro, Zambianchi e i suoi uomini batterono in ritirata, poiché de Pimodan ebbe come supporto i contadini e si previde l'imminente arrivo degli zuavi[30].
Cavour, preoccupato per l'eventuale reazione della Francia, alleata dello Stato Pontificio, dispose il 10 maggio l'invio di una nave nelle acque della Toscana[24] e ordinò l'arresto di Zambianchi[30]. Il colonnello dichiarerà che il suo vero obiettivo era l'Abruzzo[30]. Il piano di Zambianchi sarebbe consistito nel distrarre le truppe borboniche, facendo loro credere che Garibaldi volesse attraversare i territori papalini per attaccare l'Abruzzo. Così facendo, il governo duosiciliano non sarebbe accorso a difendere le coste siciliane con tutte le sue forze, permettendo a Garibaldi di giungervi senza particolari complicazioni[31].
Oltre ai 64 volontari staccatisi dal gruppo, 9 mazziniani abbandonarono la spedizione quando compresero che si sarebbe combattuto per la monarchia sabauda, mentre i restanti 1089 proseguirono nel viaggio.
Nei giorni precedenti, tra il 7 e l'8 maggio, il comandante della marina sarda Carlo Pellion di Persano, alla guida di una divisione composta da tre pirofregate, aveva ricevuto da Cavour, tramite il governatore di Cagliari, l'ordine di arrestare la spedizione dei Mille solo se i legni di Garibaldi avessero fatto scalo in un porto della Sardegna, ma di non inseguirli se fossero stati incrociati in mare[32]. L’11 maggio, in seguito alla richiesta del Persano di ricevere conferma degli ordini ricevuti, il conte di Cavour rispose con un telegramma ribadendo le disposizioni del governo piemontese[33].
Oltre ai legni piemontesi, altre imbarcazioni solcavano le acque del Tirreno: infatti, il contrammiraglio George Rodney Mundy, vicecomandante della Mediterranean Fleet della Royal Navy, aveva ricevuto ordine, dal suo governo, di assumere il comando del grosso delle unità navali della sua flotta e di incrociare nel Tirreno e nel canale di Sicilia, effettuando frequenti scali nei porti duosiciliani, oltre che a scopo intimidatorio e di raccolta di informazioni, anche al fine di attenuare la capacità di reazione borbonica[34][35].

Lo sbarco a Marsala

I due vapori, per evitare navi borboniche, avevano seguito una rotta inconsueta verso le isole Egadi,[36] che li aveva portati fin quasi sotto le coste tunisine. Durante la notte del 10 maggio il Piemonte, più veloce, aveva staccato il Lombardo, ma prima dell'alba i piroscafi si ricongiunsero in circostanze rocambolesche, giungendo al mattino dell'11 maggio fra Favignana e Marettimo. I Mille, intenzionati a volgere verso Sciacca, puntarono poi a Marsala, poiché informati dall'equipaggio di un veliero inglese[36] che il porto della città lilibetana non era protetto da vascelli duosiciliani. L'assenza di borbonici, confermata anche dal capitano di una paranza da pesca, Antonio Strazzera, convinse Garibaldi a dirigersi verso Marsala[36], dove i vapori piemontesi giunsero nelle prime ore del pomeriggio.
Lo sbarco dei garibaldini fu favorito da diverse circostanze. Alcune navi da guerra inglesi, l’Argus e l’Intrepid, incrociavano al largo di Marsala e giunsero al porto della città siciliana circa tre ore prima della comparsa delle navi Piemonte (ove Garibaldi si trovava a bordo) e Lombardo.[37] Non è ancora chiaro il motivo della presenza inglese in quel luogo. Durante una riunione nel parlamento inglese un deputato, sir Osborne, accusò il governo di aver favorito lo sbarco di Garibaldi a Marsala.[38] Lord Russell rispose che le imbarcazioni erano lì per proteggere le imprese inglesi ivi residenti, come i magazzini vinicoli di Woodhouse e Ingham.[38]
Due navi da guerra borboniche, giunte nel frattempo, tardarono a bombardare i garibaldini, probabilmente perché incerte circa le intenzioni delle due navi da guerra britanniche presenti nel porto. Solo a sbarco avvenuto le navi napoletane effettuarono uno sterile bombardamento dei moli che si protrasse sino a notte, peraltro senza colpire alcun obiettivo, salvo le due navi dei garibaldini.
Inoltre, i comandanti borbonici, ignorando le segnalazioni dei servizi di informazione napoletani, appena un giorno prima dello sbarco, avevano fatto rientrare a Palermo le colonne del generale Letizia e del maggiore d'Ambrosio, per far fronte al pericolo d'insurrezione nel capoluogo siciliano[39]. Questo cambiamento, però, fu fatale in quanto, al momento dello sbarco, non vi erano truppe di terra né a Marsala, né nei dintorni.

Operazioni in Sicilia

I garibaldini lasciarono Marsala e si inoltrarono rapidamente verso l'interno. A loro si unirono già il 12 giugno i volontari siciliani comandati dai fratelli Sant'Anna.
Il 14 maggio a Salemi Giuseppe Garibaldi dichiarò di assumere la dittatura della Sicilia in nome di Vittorio Emanuele.
I Mille, affiancati da 500 "picciotti", ebbero un primo scontro nella battaglia di Calatafimi il 15 maggio, contro circa 4.000 soldati borbonici.
Dopo Calatafimi Garibaldi proseguì verso Palermo, per Alcamo, Partinico e Renne, giungendo in vista della città. Dopo qualche scaramuccia e varie manovre diversive verso l'interno, i garibaldini, il 27, giunsero a Palermo e si apprestarono ad entrare in città, ma prima dovettero attraversare il Ponte dell'Ammiraglio, presidiato dai militari duosiciliani. Dopo un duro scontro, le truppe borboniche abbandonarono il campo e rientrarono a Palermo, una colonna attraverso la Porta Termini, l'altra attraverso la Porta Sant'Antonino.[40]
Nei successivi scontri tra Porta Sant'Antonino e Porta Termini cadeva l'ungherese Luigi Tüköry, mentre furono feriti, fra gli altri, Benedetto Cairoli, Stefano Canzio e Nino Bixio. Aiutati dall'insurrezione di Palermo, tra il 28 maggio ed il 30 maggio i garibaldini e gli insorti, combattendo spesso strada per strada, conquistano tutta la città, nonostante il bombardamento indiscriminato condotto dalle navi borboniche e dalle postazioni presenti presso il piano antistante Palazzo dei Normanni e il Castello a Mare. Il 29 maggio si aveva un deciso contrattacco delle truppe borboniche che, però, veniva arginato. Il giorno 30 maggio i duosiciliani, asserragliati nelle fortezze lungo le mura, chiesero un armistizio. Garibaldi, ormai padrone della città, si proclamò "dittatore" nominando un governo provvisorio in cui risaltava il ruolo di Francesco Crispi. Dopo un armistizio dal 30 maggio al 3 giugno, il giorno 6 giugno le truppe che difendevano il capoluogo siciliano capitolavano in cambio del permesso di lasciare la città e ottenendo l'onore delle armi.
In quei giorni il porto di Palermo divenne un affollato crocevia dei più disparati personaggi, compresi molti cronisti di giornali inglesi ed americani, tra cui Ferdinand Eber, corrispondente del Times che entrò a far parte dei Mille con il grado di colonnello. Il 30 maggio sbarcò dal suo panfilo personale Alexandre Dumas con armi e champagne. Il 6 giugno arrivò Giuseppe La Farina, inviato da Cavour, che temeva i mazziniani, per prendere il controllo della situazione a favore del Regno di Sardegna, senza, però, trovare al momento un'accoglienza favorevole. Lascerà nelle lettere di quei giorni severi giudizi sui garibaldini ed il governo dittatoriale e continuerà a complottare per l'immediata annessione, fino alla sua espulsione.

Durante il mese di giugno ai garibaldini si aggregarono altri volontari siciliani e quelli provenienti da altre parti d'Italia, i cui arrivi si succedevano quasi quotidianamente, inquadrandosi in quello che poi fu chiamato esercito meridionale. Il 2 ed il 3 giugno arrivarono a Catania, che intanto era insorta, due imbarcazioni con diversi volontari e rifornimenti provenienti da Genova, dopo un lungo viaggio che aveva toccato Malta. Il 7 giugno arrivarono 1500 fucili da Malta. L'11 giugno sbarcò a Marsala una nave di rifornimenti (l'Utile) con 69 uomini al comando di Carmelo Aglietta, 1000 fucili e molte munizioni.[41] Il 18 giugno sbarcò a Castellammare del Golfo la seconda vera e propria spedizione, proveniente da Genova e comandata dal generale Giacomo Medici, con tre navi, circa 3500 volontari, 8000 fucili moderni e munizioni[42] Il 5 ed il 7 luglio sbarcarono a Palermo 1800 volontari comandati da Enrico Cosenz. Il 9 luglio su una vecchia carboniera arrivarono diverse centinaia di volontari. Il 22 luglio su due navi arrivarono a Palermo circa 2000 volontari, quasi tutti lombardi, al comando di Gaetano Sacchi.
I garibaldini furono riorganizzati e verso la fine del mese di giugno mossero da Palermo, divisi in tre colonne, verso la conquista dell'isola. La brigata di Stefano Türr (poi comandata da Eber), con circa cinquecento uomini, s'incamminò per l'interno, Bixio con circa 1700 uomini verso Catania, passando da Agrigento, e Medici con Cosenz, al comando della colonna più importante, avanzarono lungo la costa settentrionale. Qui il 20 luglio le truppe borboniche vennero sconfitte nella battaglia di Milazzo, a cui partecipò lo stesso Garibaldi, giunto da Palermo.
I garibaldini guidati da Medici giunsero a Messina il 27 luglio, quando già una parte delle truppe duosiciliane aveva lasciato la città.[43] Il giorno seguente, giunse Garibaldi. Con la città in mano ai Mille, il generale Tommaso Clary, comandante dei borbonici, e Medici sottoscrissero una convenzione, che prevedeva l'abbandono di Messina da parte delle milizie borboniche, a patto che non venisse arrecato alcun danno alla città e che il loro imbarco verso Napoli non fosse molestato.[43] Garibaldi aveva ottenuto così campo libero, e i soldati borbonici si reimbarcarono verso il continente. A presidiare la Real Cittadella, affacciata sul porto, rimase solo una piccola guarnigione che non tenterà alcuna azione bellica, ma che si arrenderà solo mesi più tardi. Il 28 luglio capitolarono anche le fortezze di Siracusa e Augusta. Così veniva completata la conquista dell'isola.
« Splenda nella memoria dei secoli - l'epopea del 27 maggio 1860 - preparata da cuori siciliani - scritta col miglior sangue d'Italia - dalla spada prodigiosa - di Garibaldi. - Riecheggi nella coscienza dei popoli - il tuo ruggito, o Palermo - sfida magnanima - a tutte le perfide signorie - auspicio di liberazione a tutti gli oppressi del mondo »
(Mario Rapisardi per il monumento dei Mille a Palermo)

Operazioni sul continente

Con la neutralizzazione di Messina, Garibaldi iniziò i preparativi per il passaggio sul continente, nominando Agostino Depretis prodittatore, per governare la Sicilia.
Cavour esercitava fortissime pressioni per procedere subito ai plebisciti in Sicilia, preoccupato che la benevola neutralità di Francia ed Inghilterra potesse rovesciarsi, inficiando le conquiste compiute. Più aggressivo si dimostrava, sicuramente, Vittorio Emanuele II, il quale incoraggiava il generale a passi decisi.
Mentre le forze borboniche attendevano lo sbarco garibaldino a Reggio, il 19 agosto Garibaldi prescelse un tragitto alquanto più lungo e sbarcò sulla spiaggia ionica di Melito Porto Salvo, in Calabria. Garibaldi disponeva ormai di circa ventimila volontari. In Calabria i borbonici non seppero offrire una dignitosa resistenza: interi reparti dell'esercito borbonico si disperdevano o passavano al nemico; il 30 agosto, a Soveria Mannelli, un intero corpo di oltre diecimila uomini, comandato dal generale Giuseppe Ghio, si arrese senza combattere ad una colonna di garibaldini guidata da Francesco Stocco.
Il 2 settembre Garibaldi e i suoi uomini entrarono in Basilicata (la prima regione della parte continentale del regno ad insorgere contro i Borboni),[44] precisamente a Rotonda. Il suo passaggio in terra lucana si concluse senza particolari problemi, grazie anche all'appoggio di Giacinto Albini e Pietro Lacava, autori dell'insurrezione lucana in favore dell'unità nazionale. Il giorno seguente, Garibaldi attraversò in barca la costa di Maratea e presso Lagonegro raccolse gli uomini lucani che lo seguirono fino alla Battaglia del Volturno (tra questi vi fu Carmine Crocco, in seguito famoso brigante post-unitario).[45] Il 6 settembre Garibaldi incontrò Albini ad Auletta e nominò il patriota Governatore della Basilicata.
Intanto, il re Francesco II abbandonava Napoli per portare l'esercito fra la fortezza di Gaeta e quella di Capua, con al centro il fiume Volturno. Così, il 7 settembre, Garibaldi, praticamente senza scorta, poté entrare in città accolto da liberatore. Le truppe borboniche, ancora presenti in abbondanza ed acquartierate nei castelli, non offrirono alcuna resistenza e si arresero poco dopo. In seguito avvenne la decisiva battaglia del Volturno, dove circa 50.000 soldati duosiciliani persero lo scontro con gli uomini di Garibaldi, i quali erano approssimativamente la metà.[46] La battaglia terminò il 1º ottobre (altri dicono il 2 ottobre).
Nei giorni immediatamente successivi alla battaglia giunse il corpo di spedizione sardo, sceso attraverso le Marche e l'Umbria papalini (dove aveva sconfitto l'esercito pontificio alla battaglia di Castelfidardo), l'Abruzzo ed il Molise borbonici.
Poco dopo (21 ottobre) si svolse un plebiscito per l'annessione del Regno delle due Sicilie al Regno di Sardegna, in cui le votazioni furono a favore dell'annessione.
L'impresa dei Mille si può considerare terminata con lo storico incontro tra Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II del 26 ottobre 1860 a Teano. Il 6 novembre Garibaldi schierò in riga, davanti alla Reggia di Caserta, 14 mila uomini, 39 artiglierie e 300 cavalli. Essi attesero molte ore che il Re li passasse in rassegna, ma invano. Il giorno successivo, 7 novembre, il Re faceva il suo ingresso a Napoli. Garibaldi, invece, si ritirò nell'isola di Caprera.
Nel frattempo, il 4 e il 5 novembre, si erano tenuti, con esito favorevole, i plebisciti per l'annessione di Marche ed Umbria.

Dopo la spedizione

La proclamazione del regno d'Italia

Dopo la sconfitta sul Volturno, il re, la regina e i resti dell'esercito borbonico si erano asserragliati a Gaeta, ultimo baluardo, assieme alla cittadella di Messina e Civitella del Tronto, a difesa del Regno delle Due Sicilie. L'assedio di Gaeta, iniziato dai garibaldini il 13 novembre 1860, fu concluso dall'esercito sardo il 13 febbraio 1861. Gli ultimi Borbone di Napoli andarono in esilio.
Il 17 marzo 1861 Vittorio Emanuele II fu proclamato Re d'Italia, mantenendo, però, il numerale "II". Ciò sta ad indicare la continuità tra il vecchio stato piemontese ed il nuovo stato unitario: il Regno di Sardegna cambiava nome in Regno d'Italia conservando la propria identità statuale (ma moltiplicando il territorio in seguito all'annessione delle Due Sicilie e degli altri Stati della penisola).
"Fatta l'Italia, bisogna fare gli Italiani": a questo motto - attribuito dai più a Massimo D'Azeglio, ma da alcuni anche a Ferdinando Martini - fu ispirata tutta la politica successiva alla spedizione dei Mille.

Il destino dei reduci

Agli ufficiali dei disciolti Esercito ed Armata e di Mare delle Due Sicilie fu consentito di entrare nell'esercito e nella marina del Regno d'Italia mantenendo il medesimo grado. Per contro, coloro che rifiutarono di prestare giuramento in favore del nuovo sovrano, rimanendo fedeli a Francesco II, furono deportati nei campi di prigionia di Alessandria, San Maurizio Canavese e nel più noto Forte di Fenestrelle, ove i più trovarono la morte per fame, stenti e malattie[47][48]. Altri soldati, infine, riuscendo a darsi alla macchia, continuarono a combattere per l'indipendenza delle Due Sicilie unendosi alla resistenza dei briganti[49]. Per gli ufficiali di Garibaldi, invece, il grado fu riconosciuto in pochissimi casi[50], ma molti fra i comandanti garibaldini ebbero un ruolo non secondario nell'esercito italiano: Nino Bixio, il napoletano Enrico Cosenz e Giuseppe Sirtori. Anche tra coloro che si unirono a Garibaldi durante la spedizione, infine, non mancò chi, come Carmine Crocco, deluso dagli esiti della stessa, sposò la causa del brigantaggio[51].

I delusi dall'unità

All'indomani dell'unità, molte delle aspettative generate dalla spedizione dei mille furono deluse dallo stato unitario appena formatosi. Nelle Due Sicilie i contadini e gli strati più poveri della popolazione, dopo aver inizialmente creduto che con Garibaldi le condizioni di vita sarebbero migliorate, si ritrovarono, invece, ad affrontare maggiori tasse e la coscrizione (servizio di leva) obbligatoria, con una conseguente diminuzione delle braccia in grado di sostenere una famiglia.
Ne I Malavoglia di Giovanni Verga appare chiara la disillusione, seguita da una cocente delusione, della popolazione di fronte alla nuova Italia unita, attraverso i racconti della lunga coscrizione del giovane 'Ntoni, la morte del giovane Luca nella battaglia di Lissa e le nuove tasse[52]. La cocente delusione di chi sperava che l'unità d'Italia avrebbe cambiato le sorti del Sud è ben raccontata anche nel romanzo di Anna Banti, Noi credevamo[53]. Nel meridione continentale questo malcontento popolare sfociò nel movimento di resistenza definito brigantaggio.
Lo stesso Garibaldi nel 1868 scrisse in una lettera ad Adelaide Cairoli: «Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male, nonostante ciò, non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio.»[54][55]
Delusi furono anche molti liberali che avevano riposto nell'unità d'Italia la realizzazione delle loro ambizioni, ma che si ritrovarono in una situazione politica sostanzialmente immutata, mentre lo sviluppo che si stava realizzando nel periodo duosiciliano cessò di colpo. Il patriota Luigi Settembrini, mentre era rettore all'università di Napoli, disse agli studenti: «Colpa di Ferdinando II! Se avesse fatto impiccare me e gli altri come me, non si sarebbe venuto a questo!».[56] Rimase rammaricato anche Ferdinando Petruccelli della Gattina, che nella sua opera I moribondi di Palazzo Carignano (1862), espresse la sua amarezza nei confronti della negligenza della nuova classe politica.[57] Anche il clero rimase deluso, sia per la perdita di Umbria e Marche da parte dello Stato pontificio, sia per il frequente esproprio di beni ecclesiastici.
Storiografia [modifica]

Critica storiografica anti-garibaldina

La spedizione dei Mille è un passaggio obbligato per capire la storia dello Stato unitario italiano ed ha generato diverse controversie su come sia stato concepito. Diversi storici vedono nell'impresa garibaldina il punto d'origine di fenomeni complessi come il Brigantaggio postunitario, lo squilibrio nord-sud, l'emigrazione (assente nel Sud Italia prima dell'unità)[58] e la cosiddetta "Questione meridionale".
Qualche corrente di pensiero ritiene che la spedizione dei Mille sia stata narrata in modo "agiografico" dalla storiografia tradizionale. Ciò, in particolare, a fronte della damnatio memoriae che toccò alla dinastia borbonica e al brigantaggio che fu ferocemente represso dal nuovo Regno d'Italia. Nel decennio successivo all'unità si scatenò una vera e propria guerra civile[59]: furono necessari 140.000 militari[60], la sospensione dei diritti civili (Legge Pica), l'esercizio del diritto di rappresaglia sulla popolazione civile, nonché devastazioni e saccheggi di interi abitati (come a Pontelandolfo e Casalduni)[61] per poter pacificare le province dissidenti. Nell'iconografia tradizionale, la discussa figura di Garibaldi assume facilmente le sembianze dell'eroe che combatte e vince contro un esercito ben più numeroso, mentre i tanti "briganti" che in seguito combatterono contro un ben più organizzato esercito piemontese ebbero il torto di essere perdenti. Quindi, secondo i revisionisti del Risorgimento, il mito di Garibaldi sarebbe stato funzionale agli assetti di potere vincenti.
Lo storico inglese Denis Mack Smith ne "I re d'Italia", con riferimento al periodo storico che comincia dall'unità d'Italia (1861), scrive: "La documentazione di cui disponiamo è tendenziosa e comunque inadeguata. ... gli storici hanno dovuto essere reticenti e, in alcuni casi, restare soggetti a censura o imporsi un'autocensura."[62]

Note

^ Raccolta degli atti del governo dittatoriale e prodittatoriale in Sicilia , Palermo, Stabilimento tipografico Francesco Lao, 1860. pag. 126 URL consultato il 27 settembre 2010. (ISBN non disponibile)
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^ Ennio Di Nolfo, Europa e Italia nel 1855-1856, Roma, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 1967. pag. 412 (ISBN non disponibile)
^ a b Arrigo Petacco, Il regno del Nord: 1859: il sogno di Cavour infranto da Garibaldi, Milano, Mondadori, 2009. pag. 142 ISBN 88-04-59355-5
^ Nicomède Bianchi, Il conte Camillo di Cavour: documenti editi e inediti , Torino, Unione tipografico-editrice, 1863. pag. 88 URL consultato il 22 settembre 2010. (ISBN non disponibile)
^ Nicomède Bianchi, Op. cit. , pag. 82 URL consultato il 22 settembre 2010.
^ Gigi Di Fiore, I vinti del Risorgimento, Utet, Torino, 2004, p. 99.
^ Giacinto De Sivo, Storia delle Due Sicilie 1847-1861, Edizioni Trabant, 2009, p. 331.
^ Mario Spataro, I primi secessionisti: separatismo in Sicilia, Napoli, 2001, p. 50.
^ Domenico Romeo, nel settembre del 1847, fu a capo di una la rivolta, di cui è considerato l'ideatore, il promotore e l'organizzatore. Egli ordì una trama tra Calabria, Sicilia e Basilicata che coinvolse i veterani della Carboneria e che, in accordo con i patrioti Siciliani, doveva propagarsi in tutto il Regno. Il 3 settembre, con 500 insorti, occupò Reggio, ma, non non essendoci unità d’intenti tra i dissidenti, la rivolta fallì e venne repressa nel sangue. Romeo fu decapitato, mentre a Gerace vennero fucilati cinque insorti: Michele Bello, Rocco Verduci, Pierdomenico Mazzone, Gaetano Ruffo e Domenico Salvadori.
^ La rivolta fu capeggiata da Benedetto Musolino, che istituì un Governo provvisorio a Cosenza
^ a b Rivista sicula di scienze, letteratura ed arti, Vol. 1 , Palermo, Luigi Pedone Lauriel, 1869. pp. 498-500 (ISBN non disponibile)
^ a b c Alfonso Scirocco, Garibaldi: battaglie, amori, ideali di un cittadino del mondo, Bari, Laterza, 2001. pag. 236 ISBN 88-420-6362-2
^ Federico Gasperetti; Nicola Fano, Castrogiovanni , Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2010. pag. 115 ISBN 88-6073-536-X URL consultato il 9 ottobre 2010.
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^ a b Giuseppe Buttà, Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta , Brindisi, Edizioni Trabant, 2009. pp. 23-25 ISBN 88-965-7609-0 URL consultato il 16 ottobre 2010.
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^ Lorenzo Del Boca, Maledetti Savoia, Milano, Piemme, 1998. pag. 264 ISBN 88-384-3142-6
^ a b Aldo Servidio, L'imbroglio nazionale, Napoli, Guida Editore, 2002. pag. 39 ISBN 88-7188-489-2
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^ Anna Banti, Noi credevamo, Milano, Mondadori, 1967. (ISBN non disponibile)
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^ Raffaele Lombardo. Giuseppe Garibaldi, un falso eroe per un'incompiuta Unità d'Italia. Provincia di Catania. URL consultato il 27 Aprile 2010.
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^ Gigi Di Fiore, Controstoria dell'unità d'Italia: fatti e misfatti del Risorgimento, Napoli, Rizzoli Editore, 2007. pag. 259 ISBN 88-17-01846-5
^ Denis Mack Smith, I re d'Italia, Rizzoli, 1990

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