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ANNO 1000: I VICHINGHI ALLA SCOPERTA DELL'AMERICA

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ANNO 1000: I VICHINGHI ALLA SCOPERTA DELL'AMERICA

Messaggio  Achille il Dom Lug 25, 2010 8:13 pm



I VICHINGHI VERSO L'ESTREMO OVEST

La Groenlandia fu la prima regione dell'emisfero occidentale raggiunta dagli europei. Secondo le saghe islandesi, la fascia costiera della Groenlandia fu esplorata per la prima volta e popolata dal vichingo Erik il Rosso e dai suoi uomini, benché piccoli gruppi di monaci irlandesi probabilmente li avessero preceduti di un secolo. In seguito Leif Ericson, figlio di Erik il Rosso, compì un viaggio in una terra chiamata Vinland, che si trovava – così si pensa – fra il Labrador e il New England. Il racconto venne parzialmente confermato dalla scoperta, nel 1963, di un insediamento vichingo presso L'Anse-aux-Meadows, vicino alla punta settentrionale dell'isola di Terranova. Le rovine risalgono all'anno 1000 ca.

ERIK IL ROSSO E LEIF ERICSON

Erik il Rosso (Jaeren, Norvegia 940 ca. - 1007 ca.), condottiero e navigatore normanno. Fu costretto ad abbandonare la sua terra natale e a emigrare in Islanda con la propria famiglia, a causa di un delitto commesso dal padre. Nel 985, seguendo la tradizione dei navigatori vichinghi, che da quasi un secolo, sulle loro robuste imbarcazioni d'alto mare chiamate drakar ('draghi'), cercavano nuove terre da colonizzare, si diresse a nord-ovest e raggiunse capo Farvel, estrema propaggine meridionale dell'attuale Groenlandia. Il toponimo della grande isola deriva proprio dall'appellativo che Erik il Rosso diede a questa terra quando la raggiunse: la chiamò Grönland, 'Terra Verde'. Da capo Farvel si spinse fino a un fiordo che gli eschimesi chiamavano Tunugdliarfik, in prossimità del quale fondò un insediamento, che fu popolato da oltre duemila coloni provenienti dall'Islanda.

I tre figli di Erik il Rosso, Leif, Thorvald e Thorsten, seguirono le orme paterne. Leif, che si convertì al cristianesimo e che diffuse questa religione tra i coloni della Groenlandia, fu un grande navigatore: si spinse, secondo la tradizione, sino alle coste dell'isola di Terranova e del Labrador, da lui battezzate Vinland. Sembra ormai certo che la sua spedizione toccò le coste dell'America settentrionale, e che Leif e i suoi compagni vi abitarono per un inverno, senza però fondare alcun insediamento. Il suo viaggio venne ritentato, ma con minor fortuna, dal fratello Thorvald.

VINLAND

Vinland (in lingua norvegese Winland) è il nome che i vichinghi diedero alla porzione di America settentrionale, oggi nota come Terranova, che raggiunsero durante una spedizione. Sembra che il toponimo datole si riferisca alla grande quantità di viti selvatiche che vi crescevano, cosa che, secondo le saghe, per primo notò Tyrkir, un guerriero germanico o forse ungherese al seguito dell'esploratore Leif Ericsson.

I coloni fondarono lì dei piccoli stanziamenti che tuttavia decaddero rapidamente, molto probabilmente a causa dell'ostilità dei nativi americani e della distanza dalla madrepatria. I vichinghi, comunque, intrattennero anche dei rapporti più pacifici e sembra che sia avvenuto qualche piccolo commercio e addirittura dei matrimoni misti.

Alcuni scavi archeologici nel sito di Anse aux Meadows nella parte settentrionale dell'isola di Terranova confermano quello che le fonti antiche dicono sul Vinland. Il primo che ne parlò fu Adamo da Brema nelle sue Gesta Hammaburgensis Ecclesiae Pontificum. Altri importanti riferimenti provengono dalla Saga dei Groenlandesi.

PROBLEMI DI LOCALIZZAZIONE

I racconti vichinghi descrivono Vinland come una terra ospitale e dal clima mite. L'apparente discordanza tra queste affermazioni e le attuali condizioni climatiche di Terranova si potrebbe collegare al periodo caldo medioevale, fenomeno durato sino al XIII secolo circa. D'altronde, anche l'etimo di Groenlandia, "terra verde", è spiegabile in tal senso, anche se è da considerarsi veritiera l'ipotesi che fosse stato Erik il Rosso a inventarlo per attirare l'immigrazione.

Molti studiosi affermano di contro che l'insediamento avrebbe dovuto trovarsi in aree notevolmente più meridionali, forse persino ai confini con l'attuale Virginia. Si ipotizza anche che in origine il toponimo fosse scritto *Vĭn-land (con la i breve, e non Vīn-land, con la i lunga, come nei codici) con il differente significato di "terra del pascolo", richiamando ad un paesaggio più tipico delle latitudini maggiori. La radice Vĭn era usatissima per riferirsi ad una fattoria, e ancora oggi si ritrova in Granvin e Bjørgvin (ovvero Bergen); Vĭnland è attestato anche come nome vichingo di una località della Gran Bretagna, l'odierna Woolland. Gli studiosi di linguistica hanno però dimostrato che, sia come prefisso che come suffisso, questo particolare uso di vin era cessato molto prima della colonizzazione dell’Islanda e della Groenlandia.

LA MAPPA DI VINLAND

La mappa di Vinland (in inglese: Vinland Map) è una presunta carta geografica del XV secolo copia di un originale del XIII secolo. Essa è disegnata con inchiostro su pergamena e le sue dimensioni sono 28×40 cm. Essa rappresenta tutta l'ecumene nel XV secolo: oltre ad includere Europa, Asia e Africa, rappresenta anche Islanda, Groenlandia e più ad ovest, una terra denominata Vinilanda Insula ("isola di Vinland"), con un'iscrizione che parla della sua scoperta da parte dei Vichinghi nell'XI secolo. Nell'Atlantico sono inoltre disegnate alcune isole presenti in resoconti leggendari come quello della navigazione di san Brandano.

Lo scalpore suscitato dalla sua scoperta deriva proprio dal fatto di raffigurare, nel mondo allora conosciuto, la Vinilanda Insula: se autentica, la mappa di Vinland conterrebbe quindi la più antica rappresentazione del Nuovo Mondo, confermando eventualmente la tesi della frequentazione vichinga dell'America.

L'autenticità della mappa è stata però messa in dubbio sin dalla sua pubblicazione, nel 1965, e sia le analisi chimiche che le monografie scientifiche più recenti hanno indicato che si tratta di un falso.

LA STORIA DELLA MAPPA

La Mappa di Vinland venne trovata negli anni cinquanta in una biblioteca privata, rilegata insieme a un trattato intitolato Relazione Tartara, resoconto della spedizione in Mongolia del frate francescano Giovanni da Pian del Carpine.

Nel 1957 il trattato e la mappa furono offerti al British Museum che dopo averli esaminati rinunciò ad acquistarli perché la loro provenienza non era documentata e la rilegatura era recente, il che faceva sospettare che i due documenti non fossero originalmente uniti insieme. Inoltre la Relazione Tartara era sconosciuta e non vi era certezza della sua autenticità; i dubbi su di essa vennero fugati solo nel 2004 quando ne venne scoperta un'altra copia a Lucerna, in Svizzera.

La relazione e la mappa vennero quindi venduti dall'Italiano Enzo Ferrajoli a Laurence Witten, un libraio di New Haven, negli Stati Uniti, per 3500 dollari. Poco tempo dopo Witten e Thomas Marston, bibliotecario della Yale University, scoprirono che alcuni fori praticati dalle tarme corrispondevano a quelli presenti su un altro volume, una copia dello Speculum Historiae di Vincent de Beauvais, un testo sicuramente medioevale. Ciò dimostrava che i due libri e la mappa erano stati un tempo rilegati insieme.

La Yale University acquistò quindi entrambi i volumi per circa 300.000 dollari e nel 1965 pubblicò il libro The Vinland Map and the Tartar Relation, nel quale si sosteneva l'autenticità della mappa e si ipotizzava che fosse stata disegnata intorno al 1440, in occasione del Concilio di Basilea, e che le informazioni in essa contenute derivassero da un viaggio nel Vinland compiuto nel XII secolo da Eric Gnupsson, primo vescovo della Groenlandia, come affermano le iscrizioni sulla mappa stessa. A favore dell'autenticità si espressero anche molti partecipanti (ma non tutti) ad un convegno organizzato l'anno successivo dallo Smithsonian Institute.

La situazione cambiò nel 1974 quando la mappa venne sottoposta ad esami scientifici: Walter McCrone, l'autore degli esami, affermò di avere scoperto che l'inchiostro usato per disegnare la mappa era di fabbricazione recente, non anteriore al 1920. Nel 2002, l'esame del carbonio 14 ha mostrato che la pergamena su cui la mappa è disegnata risale alla prima metà del XV secolo; tuttavia resta la possibilità che un falsario moderno si sia procurato una pergamena d'epoca.

STUDI SCIENTIFICI

Nel 1974 e nel 1991, analisi effettuate dal microscopista Walter McCrone del McCrone Research Institute di Chicago sull'inchiostro della mappa, mediante spettroscopia XRD e SEM, rilevarono la presenza di particelle micrometriche di anatasio, una forma di ossido di titanio (TiO2). L'anatasio è utilizzato nella pittura con il nome di bianco di titanio, ma viene prodotto soltanto dal 1920, poiché prima non era possibile raffinarlo. McCrone concluse quindi che la mappa era opera di un falsario della prima metà del XX secolo, che avrebbe usato l'anatasio per simulare l'ingiallimento dell'inchiostro dandogli l'apparenza di antichità.

Un altro dato contrario all'autenticità era la precisione del disegno della Groenlandia, considerata anacronistica rispetto alla datazione presunta del XV secolo.

Negli anni successivi altri studiosi sostennero l'autenticità della mappa, asserendo che l'anatasio poteva essere un prodotto di degradazione naturale dell'inchiostro, e successive analisi, in contrasto con i risultati pubblicati da McCrone, documentarono concentrazioni di titanio molto basse, tali da poter essere considerate contaminazioni di altri inchiostri.

La spettroscopia Raman del 2001 di R. Clark e K. Brown, ricercatori del Christopher Ingold Laboratories dello University College di Londra, effettuata con laser rosso λ = 632.8 nm, rilevò due colori sulla pergamena: righe gialle e righe nere sovrapposte alle gialle, ma in gran parte svanite. L'analisi delle righe nere fornì indicazioni circa un inchiostro a base di carbone. L'analisi delle righe gialle mostrò un'elevata fluorescenza di fondo, dovuta a leganti organici, ma ciò non impedì la determinazione dell'anatasio. Il fatto che fosse presente solo in determinati punti della pergamena portò alla conclusione che la sua presenza sia intenzionale e non dovuta a contaminazioni ambientali. Nel libro The Tartar Relation, il resoconto del viaggio in Mongolia in cui la mappa fu rinvenuta, sono presenti le stesse linee nere, con risultati alle analisi diversi rispetto alla mappa. Questo proverebbe che i due documenti non sono opera della stessa mano. L'ipotesi conclusiva del gruppo di Clark rinforza quella di McCrone, e cioè che un falsario abbia creato l'effetto di deterioramento sulla pergamena con l'inchiostro gallotannato: il disegno sulla pergamena risalirebbe al XX secolo.

La datazione al radiocarbonio effettuata nel 2002 ha stabilito che la pergamena su cui la mappa è disegnata risale al 1434±11, ma ciò non esclude che il disegno possa essere di epoca posteriore. Il falsario, in questa ipotesi, avrebbe usato una pergamena antica per rendere più credibile la mappa.

Nel 2002 il periodico Sunday Times pubblicò l'opinione di una studiosa di rotte ed esplorazioni del Nord Atlantico. Secondo questa studiosa, il falso è attribuibile a padre Joseph Fisher, un gesuita austriaco, che avrebbe disegnato la mappa intorno agli anni Trenta, su un foglio di pergamena ricavato da un volume del 1440. L'esperta giunse a questa conclusione sulla base del confronto calligrafico e basandosi sull'esperienza in campo cartografico di padre Fisher, il quale si suppone abbia creato il falso in preda ad una profonda depressione, dopo che nel 1934 le sue credenziali accademiche erano state messe pubblicamente in discussione.

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FRANCESCO VOZZA,

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