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LA RIVOLUZIONE FRANCESE

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LA RIVOLUZIONE FRANCESE

Messaggio  Achille il Mer Giu 09, 2010 10:58 am



La rivoluzione francese, o prima rivoluzione francese (per distinguerla dalla Rivoluzione di Luglio e dalla Rivoluzione francese del 1848) è un insieme di eventi e di cambiamenti politici, sociologici e culturali intercorsi tra il 1789 e il 1799 che segna il limite tra l'età moderna e l'età contemporanea nella storiografia francese.
Le principali e più immediate conseguenze della rivoluzione francese (che costituì un momento di epocale cambiamento nella storia del mondo) furono l'abolizione della monarchia assoluta e la proclamazione della repubblica, con l'eliminazione delle basi economiche e sociali dell'Ancien régime. La rivoluzione francese e quella americana ispirarono le rivoluzioni a connotazione borghese liberali e democratiche che seguirono nel XIX secolo.
Sebbene l'organizzazione politica della Francia abbia oscillato tra repubblica, impero e monarchia durante i 75 anni seguenti la Prima repubblica, la rivoluzione segnò la fine dell'assolutismo e diede inizio ad un nuovo sistema politico in cui la borghesia e, in alcune occasioni anche le masse popolari, si convertirono nella forza politica dominante del paese.

Moltissimi fattori portarono alla rivoluzione, in particolare le cause furono di diverso tipo:
Cause sociali: la società francese era suddivisa in tre ordini: Aristocrazia, Clero e Terzo Stato. Più del 95% della popolazione era però costituito dal Terzo Stato e vi era di conseguenza un forte squilibrio numerico. Le classi erano inoltre eterogenee: in ognuna c'erano sia individui ricchi che individui poveri, poiché ogni persona era classificata in base ad un titolo. Vennero così a formarsi delle alleanze "trasversali" e censuarie tra persone di diverse classi.
Cause politiche: dal punto di vista della politica estera, la Rivoluzione Americana, avvenuta prima di quella francese, fece da modello di ribellione ai cittadini francesi. Dal punto di vista della politica interna, l'incapacità di governare dei successori di Luigi XIV, ovvero Luigi XV e in particolar modo Luigi XVI, fece nascere l'ostilità del popolo. Essi non ebbero né la forza né il carisma per sostenere le loro posizioni; inoltre lo scontento aumentò grazie alla presenza impopolare di Maria Antonietta, moglie di Luigi XVI, la quale era troppo legata alla sua patria austriaca.

Cause culturali: in Francia, soprattutto, si sviluppò una nuova cultura, l'Illuminismo, che poi si diffuse nel resto dell'Europa. Era basata su tre principi fondamentali: Razionalismo, Egualitarismo e Contrattualismo (corrente di pensiero portata dal rifiuto per l'Assolutismo, basata su un contratto posto tra popolo e chi lo governa).
Cause economiche: la rivoluzione riguardò sia la microeconomia francese sia la macroeconomia. I raccolti andati a male, le carestie ed il clima avverso portarono ad una forte inflazione. Le tasse elevate pesavano sul Terzo Stato (il quale era l'unico a pagarle) e, dato che non produceva più beni commerciabili, lo Stato non riusciva ad arricchirsi attraverso la tassazione.
Nel 1789 in Francia il potere era riposto nella monarchia assoluta di diritto divino. La tradizione monarchica si inscriveva nel rispetto dei costumi, cioè delle libertà e dei privilegi accordati ad alcuni individui, alcune città o province. Le basi di questo sistema politico furono contestate ed attaccate nella seconda metà del XVIII secolo.
La filosofia degli illuministi si era diffusa negli strati superiori della società francese, la borghesia e la nobiltà liberale. Al modello francese della monarchia assoluta fu contrapposto quello inglese di una monarchia limitata da un parlamento (assemblea eletta). All'obbedienza del soggetto furono contrapposti i diritti del cittadino. I filosofi illuministi difesero l'idea che il potere sovrano supremo risieda nella nazione.
Anche gli ordini privilegiati si rivoltarono contro il potere reale, poiché l'assolutismo li aveva privati delle loro prerogative tradizionali.
Sotto l'Ancien Régime i Parlamenti erano delle corti di giustizia. Essi approfittarono del diritto, che era loro tradizionalmente accordato, di emettere delle osservazioni al momento della registrazione delle leggi nei registri dei parlamenti, per criticare il potere reale. Benché difendessero soprattutto i loro privilegi, essi arrivarono al punto di essere visti dall'opinione pubblica come i difensori del popolo.
La Nobiltà, privata del potere sotto il re Luigi XIV, desiderava ritornare agli affari dello Stato. A questa rivendicazione politica si doveva una rivendicazione economica. I nobili non avevano il diritto di esercitare numerose attività economiche, sotto la pena di perdere la loro nobiltà. In un secolo in cui la rendita della terra stagnava e in cui i costi per la rappresentanza (costumi, carrozze...) salivano sempre più, il loro potere di acquisto diminuiva. La nobiltà si arroccò sui suoi vecchi privilegi, principalmente i diritti feudali, ed esigeva il pagamento di alcune tasse feudali, ormai desuete. Si arrogò anche lo sfruttamento esclusivo di alcune proprietà comunali, delle terre non coltivate o in cui tradizionalmente i contadini poveri potevano far pascolare qualche bestia. Questa situazione era molto malvista dai contadini che reclamavano l'abolizione dei diritti feudali per sollevare la loro miseria. Malgrado tutto, la maggioranza dei francesi nel 1789 non immaginava una rivoluzione violenta e l'abolizione della monarchia, così come non era sperata nemmeno una riforma profonda dello stato. Il re, infatti, nel 1789 era considerato come il padre dei francesi ed era amato e rispettato.

Luigi XV e Luigi XVI non rimasero insensibili alla diffusione delle nuove idee ed al blocco delle istituzioni, ma non ebbero l'autorità del loro predecessore Luigi XIV per imporre ai privilegiati i cambiamenti necessari:
la riforma giudiziaria del cancelliere de Maupeou, decisa alla fine del regno di Luigi XV, fu abbandonata da Luigi XVI che cedette davanti al Parlamento;
la riforma fiscale, necessaria per risanare il bilancio statale che era fortemente deficitario. All'inizio del secolo, la principale imposta diretta, la «taglia», pesava soltanto sui non privilegiati. La preoccupazione del re fu, quindi, di aumentare le entrate fiscali. Vennero aggiunte alle precedenti delle nuove imposte gravanti su tutti, qualunque fosse il loro ordine: la capitazione, che dal 1701 venne applicata su tutte le teste e che in proporzione pesava soprattutto sui non privilegiati; il «ventesimo», che assoggettava tutti i redditi (in teoria 1/20 del reddito, ma i nobili ed il clero la compensarono pagandola una volta per tutte ed in seguito furono esentati). Le nuove imposte non furono in grado di contrastare il deficit ed il debito pubblico aumentò per tutto il XVIII secolo.
Nonostante la Francia fosse un paese con un'economia in espansione, aveva una struttura sociale conflittuale ed uno stato monarchico in crisi. Di fatto si può parlare di una crisi dell'Antico regime in tutta l'Europa Occidentale, ma la forma in cui questa crisi si manifestò nello stato francese e l'esistenza all'interno del Terzo stato di una borghesia che aveva acquisito coscienza del suo potere, spiegano come si poté realizzare in Francia una rivoluzione con conseguenze notevolmente superiori a quelle prodotte dagli altri sollevamenti dell'epoca negli altri Paesi.

Mentre in Inghilterra come in America si verificavano tutte queste rivoluzionarie trasformazioni in Francia esisteva un'opposizione generalizzata contro le regole economiche e sociali che favorivano i gruppi privilegiati. Lo Stato francese si trovava in una grave crisi finanziaria, in parte dovuta all'appoggio economico inviato dal governo alle 13 colonie inglesi d'America durante la guerra d'indipendenza.
Durante i regni di Luigi XV e Luigi XVI, diversi ministri, inclusi Anne Robert Turgot e Jacques Necker, cercarono senza riuscirvi di modificare il sistema impositivo e convertirlo in un sistema più giusto ed uniforme. Tali iniziative incontrarono una forte opposizione da parte della nobiltà, che si considerava garante nella lotta contro il dispotismo. Questi ministri furono così costretti a rinunciare al loro mandato ed il 3 novembre 1783 il re nominò Charles Alexandre de Calonne ministro delle finanze.
Calonne intraprese una politica di spese consistenti, volta a convincere i potenziali creditori della solidità delle finanze nazionali. Durante il suo ministero non si sentiva parlare che di pensioni e gratificazioni. Nel breve termine sperava che una dimostrazione di supporto da parte dell'assemblea dei notabili avrebbe permesso di ripristinare la fiducia nelle finanze francesi e di ottenere quindi dei prestiti con cui far fronte alle spese.
In seguito, in uno studio dettagliato della situazione finanziaria, Calonne si rese conto che non era sostenibile e indicò che bisognava fare delle importanti riforme. In particolare, prescrisse un codice tributario uniforme per quanto concerneva la proprietà delle terre, con il quale assicurava che si sarebbe ottenuto un risanamento delle finanze. Quando Calonne espose al re la necessità della riforma proposta, l'Assemblea dei Notabili rifiutò di accettare questi rimedi, a causa della reputazione di immoralità che Calonne si era guadagnato negli anni del suo ministero e perché a lui era attribuita una parte del deficit.
Le finanze francesi erano alla bancarotta. Secondo François Mignet, i prestiti ammontavano a «milleseicentoquarantasei milioni... e... c'era un deficit annuale di quarantasei milioni (presumibilmente di lire)».
Si cominciava a pensare che solo un organo rappresentativo di tutta la nazione, come gli Stati Generali, avrebbe potuto votare l'applicazione di nuove tasse.

Il re, vedendo che Calonne non riusciva a gestire la situazione, il 1º maggio 1787 lo sostituì con il suo principale critico, il presidente dell'assemblea dei notabili e leader dell'opposizione, Étienne-Charles de Loménie de Brienne, arcivescovo di Tolosa.
Brienne tentò di far approvare le riforme proposte da Calonne, ma queste incontrarono nuovamente una forte opposizione, soprattutto dal Parlamento di Parigi (un organo giudiziario con funzioni di controllo sulla legittimità degli atti, ma senza funzioni politiche). Brienne tentò di proseguire con la riforma tributaria nonostante i parlamenti, ma questo provocò una massiccia resistenza dei gruppi benestanti che sfociò nel ritiro dei prestiti di breve durata. In quel momento, questi prestiti davano ossigeno e vita all'economia dello stato francese, per cui si creò una situazione di bancarotta nazionale.

Il 18 dicembre 1787, il re Luigi XVI, promise di convocare gli Stati Generali nel giro di cinque anni.
La monarchia non poté realizzare alcuna riforma fiscale a causa dell'ostruzionismo sistematico del Parlamento. La «Giornata delle tegole di Grenoble», che ebbe luogo nel 1788 mostrò l'alleanza contraddittoria tra il Parlamento ed il popolo. Le proteste delle famiglie toccate dalla crisi economica si moltiplicarono dopo il mese di maggio e queste agitazioni obbligarono la guarnigione ad intervenire il 7 giugno, ma essa venne accolta dal getto di tegole lanciate dagli abitanti di Grenoble saliti sui tetti. Dopo la giornata delle tegole, un'assemblea dei tre ordini (clero, nobiltà e terzo stato) si riunì al castello di Vizille e decise lo sciopero delle imposte tanto che gli Stati Generali della provincia non furono convocati dal re per votarli. Nel fallimento e incapace di ristabilire l'ordine, Luigi XVI cedette e l'8 agosto 1788 acconsentì a convocare gli Stati generali per il 5 maggio 1789, per la prima volta dal 1614.
Il 25 agosto 1788 Brienne rinunciò all'incarico e alle finanze francesi fu richiamato Necker, il quale rese pubblico il bilancio del regno. Lo Stato percepiva 503 milioni di lire di entrate contro 629 di spese. Gli interessi sul debito ammontavano da soli a 318 milioni, cioè la metà delle spese. L'opinione pubblica fu molto scandalizzata nell'apprendere che la corte spendeva, in tempi di povertà e fame, 38 milioni in feste e pensioni per i cortigiani.

La prospettiva degli Stati generali evidenziò il conflitto di interessi tra il Secondo stato (la nobiltà) e il Terzo stato (che raggruppava tutti i francesi non nobili né ecclesiastici, dalla grande borghesia ai braccianti rurali).
La società era cambiata rispetto al 1614: il Primo Stato (il clero) assieme al Secondo Stato (la nobiltà) rappresentavano solo il 2 per cento della popolazione francese; il Terzo Stato, teoricamente rappresentante del restante 98% e in pratica rappresentante di una fetta crescente del benessere nazionale, poteva ancora essere messo in minoranza dagli altri due, che storicamente avevano spesso votato assieme. Molti nella classe emergente videro la convocazione degli Stati Generali come una possibilità di guadagnare potere.
La convocazione degli Stati Generali suscitò molte speranze tra la popolazione francese. I contadini speravano in un miglioramento delle loro condizioni di vita con l'abbandono dei diritti feudali. La borghesia, formata alle idee illuministe, sperava nell'instaurazione dell'uguaglianza dei diritti e di una monarchia parlamentare secondo il modello inglese. Essa poté contare sul sostegno di una piccola parte della nobiltà acquisita alle nuove idee e del basso clero che viveva vicino al popolo ed era sensibile alle sue difficoltà. Tutto ciò causò l'animazione del dibattito politico durante l'elezione dei deputati agli Stati Generali.
Durante la campagna elettorale, nei cahiers de doléances ("quaderni delle rimostranze") venne stilato un elenco dei soprusi a cui era sottoposto ancora il Terzo stato.
I dibattiti riguardarono anche l'organizzazione degli Stati Generali: infatti era tradizione che ogni ordine eleggesse circa lo stesso numero di deputati e che gli eletti di ciascun ordine si riunissero, discutessero e votassero separatamente. Il risultato del voto di ciascun ordine valeva un voto. Questo era il principio del voto per ordine. In questo modo, bastava che i due ordini privilegiati votassero nello stesso modo, cioè per il mantenimento dei privilegi, che il Terzo Stato si sarebbe sempre trovato in minoranza.
Il Terzo Stato chiese il raddoppio del numero dei deputati che lo rappresentavano (che già aveva nelle assemblee provinciali), affinché il numero dei loro eletti corrispondesse di più al loro peso nella società. Questo divenne uno degli argomenti principali trattati dagli opuscolisti, fra i quali si segnala l'abate Emmanuel Joseph Sieyès con l'opuscolo "Cos'è il Terzo Stato?".
Necker, sperando di evitare il conflitto, riunì una seconda assemblea di notabili il 6 novembre 1788, ma, con suo grande imbarazzo, questi rigettarono il concetto di rappresentanza doppia. Convocando l'assemblea, Necker aveva meramente sottolineato l'opposizione dei nobili all'inevitabile politica.
Un decreto reale del 27 novembre 1788 annunciò che agli Stati generali avrebbero partecipato almeno un migliaio di deputati e garantì la rappresentanza doppia per il Terzo Stato. I semplici sacerdoti (curés) potevano essere deputati per il Primo Stato, e i protestanti per il Terzo Stato.
Secondo lo storico Mignet, dopo delle elezioni ragionevolmente oneste, "i deputati della nobiltà erano composti da 242 gentiluomini e 28 membri del parlamento; quelli del clero, da 48 vescovi e arcivescovi, 35 abati e decani, e 208 curati; e quelli del Terzo Stato, da due ecclesiastici, 12 nobili, 18 magistrati cittadini, 200 membri delle contee, 212 avvocati, 16 medici e 216 mercanti e agricoltori". Altre fonti danno cifre leggermente differenti (vedi Stati Generali). Il Terzo Stato chiese anche il principio del voto per testa, cioè la convocazione di un'unica assemblea in cui ogni eletto disponeva di un voto. Luigi XVI, che aveva accordato il raddoppio dei deputati del Terzo Stato, mantenne il silenzio sulla questione del voto per ordine o per testa e rinviò la decisione agli Stati Generali stessi. Se si fosse continuato a votare per stato, come in passato, il fatto che il numero dei rappresentanti del Terzo Stato fosse stato raddoppiato non avrebbe cambiato di molto le cose.

Quando, tra l'acclamazione generale, gli Stati Generali convennero a Versailles il 5 maggio 1789, molti nel Terzo Stato videro la rappresentanza doppia come una rivoluzione già pacificamente conseguita. Comunque, con l'etichetta del 1614 strettamente rinforzata, il clero e la nobiltà in pompa magna, l'ubicazione fisica dei deputati dei tre Stati dettata dal protocollo di un'era precedente, fu immediatamente evidente che in realtà era stato ottenuto molto meno. Già a partire dai discorsi fatti dal re e da Necker nel corso dell'apertura degli Stati generali, i deputati del Terzo stato non sentirono affatto parlare delle riforme politiche tanto attese, ma soltanto di questioni finanziarie. Il potere non prese posizione sul voto per ordine o per testa. Quando Luigi XVI e Barentin (il guardasigilli) si rivolsero ai deputati il 6 maggio, il Terzo stato scoprì che il decreto reale che garantiva la rappresentanza doppia celava un trucco: avevano sì più rappresentanti degli altri due Stati combinati, ma il voto si sarebbe svolto "per ordini" e quindi i 578 rappresentanti del Terzo Stato, dopo aver deliberato, avrebbero avuto il loro voto collettivo pesato esattamente come quello di uno degli altri Stati.
L'intento apparente del re e di Barentin era quello che tutti andassero direttamente al problema delle tasse. La maggior rappresentanza del Terzo stato doveva essere solo simbolica, senza dargli nessun potere extra. Necker aveva più simpatia per il Terzo stato, ma in quell'occasione parlò solo della situazione fiscale, lasciando a Barentin il compito di parlare su come gli Stati Generali avrebbero operato.
Cercando di evitare il problema della rappresentanza e di focalizzarsi unicamente sulle tasse, il re e i suoi ministri avevano gravemente malgiudicato la situazione. Il Terzo stato voleva che gli stati si incontrassero come un unico corpo e votassero per deputato. Gli altri due stati, pur avendo le loro doglianze contro l'assolutismo reale, credevano, correttamente, come la storia avrebbe dimostrato, che avrebbero perso più potere verso il Terzo stato di quello che avrebbero guadagnato dal re. Il ministro del re, Necker, simpatizzò con il Terzo stato, ma l'astuto finanziere era un politico non altrettanto astuto. Decise di far continuare l'impasse fino al punto di stallo prima di entrare nella mischia. Il risultato fu che quando il re cedette alle domande del Terzo stato, sembrò a tutti una concessione estorta alla monarchia, piuttosto che un dono magnanimo che avrebbe convinto la popolazione della buona volontà del re.
L'impasse fu immediata. Il primo argomento di trattativa degli Stati Generali fu la verifica dei poteri. Mirabeau, nobile eletto per rappresentare il Terzo stato, cercò senza riuscirci di tenere tutti e tre gli ordini in un'unica sala per la discussione. Invece di discutere le tasse del re, i tre Stati iniziarono a discutere sull'organizzazione della legislatura. La spola diplomatica andò avanti senza successo fino al 27 maggio 1789, quando i nobili votarono per prendere una posizione ferma sulla verifica separata. Il giorno seguente, l'abate Sieyès (un membro del clero ma, come Mirabeau, eletto a rappresentare il Terzo stato) mosse affinché il Terzo stato, che ora si riuniva come i Communes ("Comuni"), procedesse con la verifica e invitasse gli altri Stati a prendere parte, invece di aspettare gli altri due Stati. Il 13 giugno tre curati risposero all'appello; il 16 furono dieci.
Il 17 giugno 1789, con il Giuramento della Pallacorda e con il fallimento degli sforzi per riconciliare i tre Stati, i Communes completarono il loro processo di verifica, diventando l'unico stato i cui poteri fossero stati appropriatamente legalizzati. I Communes quasi immediatamente votarono una misura molto più radicale: essi si dichiararono Assemblea Nazionale, un'assemblea non degli Stati, ma del popolo. Essi invitarono gli altri ordini ad unirsi, ma resero chiaro che intendevano fare gli interessi della nazione con o senza di loro.
Il 19 giugno il clero, che aveva tra le sue fila dei parroci sensibili ai problemi dei contadini, decise di unirsi ai deputati del Terzo stato per la verifica dei poteri.

L'Assemblea Nazionale si collegò immediatamente ai proprietari del capitale (la fonte del credito necessario per finanziare il debito pubblico) e alla gente comune. Essi consolidarono il debito pubblico e dichiararono che tutte le tasse esistenti erano state precedentemente imposte illegalmente, ma votarono le stesse provvisoriamente, solo fintanto che l'Assemblea continuava a riunirsi. Questo ridiede fiducia al capitale e gli diede un forte interesse nel tenere l'assemblea in sessione. Per quanto riguarda la gente comune, un comitato di sussistenza venne stabilito per affrontare la carenza di cibo.
Il precedente piano di conciliazione di Necker - uno schema complesso di concessioni ai comuni su alcuni punti e di forte resistenza su altri - era stato superato dagli eventi. Non più interessato ai consigli di Necker, Luigi XVI, sotto l'influenza dei cortigiani del suo consiglio privato, decise di rivolgersi all'Assemblea, annullare il suo decreto, comandare la separazione degli ordini, e dettare che le riforme fossero effettuate dagli Stati Generali restaurati.

Se Luigi avesse marciato nella Salle des États, dove l'Assemblea Nazionale si incontrava, probabilmente il suo piano sarebbe potuto riuscire, ma se ne restò a Marly e il 20 giugno ordinò la chiusura della sala, aspettandosi di impedire in questo modo all'Assemblea di riunirsi per diversi giorni, mentre lui si preparava. L'Assemblea spostò semplicemente le proprie deliberazioni nel campo da pallacorda del Re, dove procedette al Giuramento della Sala della Pallacorda (20 giugno 1789), con il quale si accordò per non sciogliersi finché alla Francia non fosse stata data una costituzione scritta.
Due giorni dopo, privata anche dell'uso della Sala della Pallacorda, l'Assemblea Nazionale si riunì nella chiesa di Saint-Louis, dove venne raggiunta dalla maggioranza dei rappresentanti del clero: gli sforzi per ripristinare il vecchio ordine erano serviti solo per accelerare gli eventi. Quando, il 23 giugno 1789, in accordo con il suo piano, il re si rivolse finalmente ai rappresentanti dei tre Stati, si trovò di fronte a un silenzio di pietra. Il re dichiarò che si conservasse la distinzione degli ordini, che venisse annullata la costituzione dei Communes in Assemblea Nazionale, aggiunse che se l'assemblea l'avesse abbandonato, egli avrebbe fatto il bene del popolo senza di essa e concluse ordinando a tutti di disperdersi, ma venne obbedito solo dai nobili e dal clero, mentre i deputati del Terzo stato rimasero seduti. Necker, unico ministro che non assistette a quella seduta, si trovò in disgrazia con Luigi XVI ma nuovamente nelle grazie dell'Assemblea Nazionale.
Quelli del clero, che si erano uniti all'Assemblea nella chiesa di Saint-Louis, rimasero; 47 membri della nobiltà, incluso il Duca d'Orléans, si unirono a loro.
Il re scrisse ai presidenti della nobiltà e del clero, per invitarli a riunirsi all'assemblea degli stati generali, al fine di occuparsi delle sue dichiarazioni del 23 giugno. Il clero obbedì senza riserve, ma la nobiltà si indignò di una proposta che le faceva perdere tutti i frutti della sua resistenza, quando il suo presidente lesse una lettera del conte di Artois che faceva intendere che occorreva riunirsi perché la vita del re era in pericolo.
Così il 27 giugno gli ordini si riunirono nella sala comune ed il partito reale aveva ceduto apertamente, anche se la probabilità di un contraccolpo militare rimase nell'aria. Infatti, i militari francesi incominciarono ad accorrere in grande numero attorno a Parigi e Versailles.
Giunsero molti messaggi di supporto all'Assemblea, da Parigi e da altre città della Francia. Il 9 luglio 1789 l'Assemblea si ricostituì come Assemblea Nazionale Costituente, rivolgendosi al re in termini educati ma fermi, richiedendo la rimozione delle truppe (che ora includevano reggimenti stranieri, più obbedienti al re rispetto alle truppe francesi), ma Luigi dichiarò che lui solo poteva giudicare il bisogno delle truppe, e li rassicurò che queste erano una misura strettamente precauzionale. Luigi "offrì" di spostare l'Assemblea a Noyon o Soissons, cioè di porla in mezzo a due eserciti e privarla del supporto dei parigini.
In questi giorni alcuni deputati furono intimoriti dalla piega che stavano prendendo gli avvenimenti e si dimisero. L'Assemblea allora dichiarò che essa aveva ricevuto il suo mandato non dai singoli elettori che avevano eletto ciascun deputato, ma collettivamente dall'intera Nazione. Così si mise in pratica il principio della sovranità nazionale, difeso da Diderot.
Parigi fu unanime nel supportare l'Assemblea, vicina all'insurrezione e, nelle parole di Mignet, «intossicata di libertà ed entusiasmo». La stampa pubblicò i dibattiti dell'Assemblea; la discussione politica si estese oltre ad essa e arrivò nelle piazze e nei salotti della capitale. Il Palais Royal e l'area circostante divennero il luogo di continui incontri. La folla, con l'autorità degli incontri al Palais Royal, aprì le prigioni dell'Abbazia per rilasciare alcuni granatieri delle Guardie francesi che erano stati imprigionati per essersi rifiutati di aprire il fuoco sulla gente. L'Assemblea li raccomandò alla clemenza del Re, questi tornarono in prigione e ricevettero il perdono. Il loro reggimento ora era favorevole alla causa popolare.
Il 12 luglio il re destituì Necker e gli ordinò di lasciare la Francia entro 48 ore. L'indomani fu convocato il consiglio del Re. Quel giorno l'Assemblea non doveva riunirsi ed il popolo di Parigi fu spaventato da quegli eventi e fece una grande manifestazione popolare portando i busti di Necker e del duca d'Orleans. Dei soldati tedeschi ricevettero l'ordine di caricare sulla folla e distrussero le statue che trasportavano. Ci furono molti feriti ed il popolo di Parigi si sollevò. L'indomani i cittadini si organizzarono e 60.000 uomini furono armati, arruolati e distribuiti in compagnie.
Intanto l'Assemblea nazionale avvertì il re del pericolo che correva la Francia se le truppe non fossero state allontanate dalla capitale. Il re rispose che non avrebbe cambiato le sue disposizioni.

Il rifiuto del re portò la disperazione a Parigi, e girarono delle voci che dicevano che non ci sarebbero stati né pace né libertà finché fosse esistita la Bastiglia. Così il 14 luglio 1789 i Parigini, in un'atmosfera rivoluzionaria, presero l'arsenale dell'Hôtel des Invalides, dove trovarono delle armi e dei cannoni, ma non la polvere da sparo, poi si ammassarono presso la prigione reale della Bastiglia per cercare la polvere. Il governatore della prigione Bernard de Launay voleva resistere, ma alla domanda dei mediatori venuti dall'Hôtel de Ville dove sedeva un comitato permanente, organo dell'insurrezione borghese, lasciò che la folla penetrasse nella prima corte. Poi si ravvide e fece uccidere questa folla: ci furono un centinaio di morti. Successivamente dei soldati ammutinati portarono dei cannoni ed il governatore cedette e abbassò il ponte levatoio. Poi, preso prigioniero, mentre veniva scortato verso il Municipio fu preso e trucidato alla folla.

Inizialmente il re non riusciva a credere a questi eventi, poi riconobbe il fatto compiuto e la demolizione della Bastiglia iniziò.
Il 15 luglio 1789 il re si recò all'Assemblea nazionale e disse che da quel momento avrebbe lavorato con la nazione, che si fidava dei suoi rappresentanti e che avrebbe ordinato alle truppe di allontanarsi da Versailles e da Parigi. Questi annunci furono accolti da acclamazioni generali, ma ben presto il re si doveva rendere conto che era troppo tardi per fermare il movimento rivoluzionario.
Comunque, su richiesta dell'Assemblea il re richiamò Necker al governo ed annunciò una visita a Parigi.
All'Hôtel de Ville di Parigi, tutti i membri della precedente amministrazione erano fuggiti e Jean Sylvain Bailly, presidente dell'Assemblea nazionale, fu nominato per acclamazione «Sindaco di Parigi». La Fayette fu nominato Comandante Generale della Guardia Nazionale. Venne messa in piedi una nuova organizzazione municipale. Luigi XVI la riconobbe quando il 17 luglio si recò a Parigi. In quest'occasione Bailly gli diede la coccarda blu e rossa, i colori della città di Parigi, che Luigi XVI fissò al suo cappello associando anche il colore bianco della monarchia. Questo gesto voleva simboleggiare la riconciliazione di Parigi con il suo Re. Ma di fatto il re accettò che la sua autorità fosse tenuta in ostaggio da una sommossa parigina e i deputati che il loro potere dipendesse dalla violenza popolare. Durante questo tempo, la fama dei vincitori della Bastiglia si diffuse per tutta la Francia, facendo vedere che la forza della cittadinanza era venuta in soccorso ai riformatori. Molto presto fu elaborata una simbologia della presa della Bastiglia: la Bastiglia rappresentava il potere arbitrario ma vulnerabile del re.

In provincia, dal 20 luglio 1789 al 6 agosto 1789, nelle campagne circolarono dei rumori confusi chiamati « Grande Paura ». I contadini credevano che i raccolti sarebbero stati razziati da dei briganti. All'annuncio dell'arrivo dei briganti suonava l'allarme nei villaggi. I contadini si armavano di forche, di falci e di altri utensili. Desiderosi di maggior protezione, si recavano in massa verso il castello del signore locale per ottenere fucili e polvere da sparo. Qui però finivano per sfogare la propria rabbia verso i poteri dominanti esigendo i titoli signorili che stabilivano la dominazione economica e sociale dei loro proprietari e li bruciavano. Se il signore o i suoi uomini resistevano, venivano molestati: ci furono diversi casi in cui dei signori vennero assassinati e dei castelli furono saccheggiati o bruciati; come scrisse Michelet, "tutti i castelli di campagna diventarono delle Bastiglie da conquistare". Di fronte a queste violenze, nella notte del 4 agosto 1789 l'Assemblea reagì abolendo i privilegi, i diritti feudali, la venalità degli uffici e le disuguaglianze fiscali. Fu la fine della società dell'Ancien Régime.
Tuttavia i deputati, quasi tutti proprietari fondiari, sia che fossero nobili o borghesi, cambiarono in parte idea durante la redazione dei decreti dal 5 all'11 agosto 1789. I diritti personali (corvè, servitù ...) e il monopolio della cassa per il signore vennero semplicemente soppressi, mentre i diritti reali basati sulla rendita della terra dovevano essere riscattati. Poterono così liberarsi totalmente soltanto i contadini più ricchi. I proprietari ricevevano d'ufficio un'indennità che essi investirono in parte nell'acquisto di beni nazionali. Così i possidenti poterono salvaguardare i loro interessi economici e mettere fine alle rivolte dei contadini. Fu comunque generale, da parte dei contadini, il ritenersi completamente svincolati dal vecchio regime feudale per cui la stragrande maggioranza di loro non pagò nessun indennizzo ai proprietari dei diritti reali. Il risultato fu ché la massa contadina si legò al nuovo regime in maniera indissolubile, almeno nell'immediato.
Il 26 agosto 1789 l'Assemblea costituente votò la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino, ispirata ai principi degli Illuministi: essa era una condanna senza appello alla monarchia assoluta ed alla società degli ordini. Essa era anche il riflesso delle aspirazioni della borghesia dell'epoca: la garanzia delle libertà individuali, la sacralità della proprietà, la spartizione del potere con il re e tutti gli impieghi pubblici.

Le difficoltà di approvvigionamento del pane ed il rifiuto di Luigi XVI di promulgare la dichiarazione ed i decreti del 4 e del 26 agosto, furono all'origine del malcontento del popolo di Parigi durante i giorni del 5 e del 6 ottobre. Una marcia di donne riportò la famiglia reale a Parigi, facendole lasciare Versailles, simbolo dell'assolutismo. Due guardie del corpo del re furono uccise e le loro teste attaccate alla punta di una picca. Il re fu costretto a firmare i decreti di agosto riguardo l'abolizione dei diritti feudali e la Dichiarazione dei diritti. Da quel momento il re e l'Assemblea risiedettero a Parigi, nel palazzo reale delle Tuileries sorvegliati dalla popolazione e minacciati dalla sommossa.

Il potere reale ne uscì estremamente indebolito. La Francia restò una monarchia ma il potere legislativo passò nelle mani dell'Assemblea costituente. Delle commissioni specializzate derivate dall'Assemblea ebbero l'incarico di mettere mano sull'insieme dell'amministrazione che si preoccupava sempre meno del potere reale.
I ministri non furono altro che degli esecutori tecnici sorvegliati dall'Assemblea. Tuttavia, il re conservò il potere esecutivo. I decreti promulgati dall'Assemblea non erano validi se il re non li sanzionava. Peraltro, gli intendenti e gli altri agenti dell'amministrazione dell'Ancien Régime restarono al loro posto fino alla formazione di una nuova amministrazione. Fino all'estate 1790, gli intendenti che non si dimisero continuarono le loro funzioni sebbene esse fossero state considerevolmente ridotte.

L'Assemblea costituente, in maggioranza formata da borghesi e nobili, intraprese una vasta opera di riforme, applicando le idee dei filosofi e degli economisti del XVIII secolo.

La riorganizzazione amministrativa:

I primi lavori dell'Assemblea furono dedicati alla riforma amministrativa. Le circoscrizioni amministrative dell'Ancien Régime erano troppo complesse. Le generalità, i governi, i parlamenti e le diocesi si sovrapponevano senza avere gli stessi confini. I deputati cercarono di semplificarli. Essi si dedicarono innanzitutto alla riforma municipale, resa urgente dai disordini suscitati nei corpi municipali dagli scompigli dell'estate.
A partire dal gennaio 1790, ogni comune della Francia organizzò l'elezione dei propri eletti. Queste furono le prime elezioni della Rivoluzione. Con la legge del 22 dicembre 1789, l'Assemblea creò i dipartimenti: essi erano delle circoscrizioni ai fini amministrativi, giudiziari, fiscali e religiosi. Nel numero di 83, i dipartimenti portavano dei nomi legati alla loro geografia fisica (corsi d'acqua, montagne, mari) e furono suddivisi in distretti, cantoni e comuni. I loro dirigenti furono eletti dal popolo. Nella primavera 1790, una commissione fu incaricata dall'Assemblea della suddivisione della Francia e di rispondere alle liti causate tra le città candidate a diventare capoluoghi.
Le nuove amministrazioni elette democraticamente furono messe in funzione a partire dall'estate 1790.

Le libertà economiche:

Sotto l'Ancien régime le attività economiche erano state strettamente inquadrate dallo Stato o da regolamentazioni che limitavano il numero di produttori. Tutti gli ostacoli alla libertà di produzione, che fossero agricole, artigianali o industriali, furono soppressi. Allo scopo di favorire l'economia fu adottato il principio fisiocratico del laissez faire(lasciar fare), basato sul liberismo economico, che comprendeva anche l'eliminazione delle dogane. In un clima di sfida faccia a faccia dei raggruppamenti professionali, la legge Le Chapelier fu votata il 14 giugno 1791. Questa legge, rimasta famosa nella storia del mondo operaio, vietava tutte le associazioni padronali e operaie, dette anche sindacati. Venne vietato anche lo sciopero. Inoltre furono incentivate tutte le forme di produzione in senso capitalistico attraverso incentivi alla produzione privata.
La Rivoluzione, nella sua diffidenza verso i gruppi, nella sua esaltazione delle libertà individuali, mise gli operai nell'incapacità di organizzarsi per la difesa dei loro diritti per quasi un secolo.
Il sistema elettorale
Per quanto riguardava la questione dei criteri di rappresentanza politica, le posizioni all'interno dell'Assemblea costituente erano discordanti. I deputati erano infatti divisi tra quanti ritenevano che il diritto di voto avrebbe dovuto essere esteso a tutti i cittadini maschi e quanti ritenevano che solo ad una parte della popolazione avrebbe dovuto essere riconosciuto il diritto al voto. Alla fine la maggioranza dei deputati approvò l'idea di Sieyès di dividere i cittadini in "passivi" e "attivi". Ai primi (salariati, mercanti, mendicanti) sarebbero stati riconosciuti i diritti civili come il diritto alla proprietà o alla libertà; ai secondi sarebbero stati concessi sia i diritti civili che quelli politici. Dei cittadini attivi, secondo la proposta di Sieyès, avrebbero fatto parte tutti i maschi al di sopra dei venticinque anni che pagavano le imposte. Veniva così approvato un sistema elettorale basato sul censo, che sarà eliminato dalla Costituzione del 1793, con l'istituzione del suffragio universale maschile, e ripristinato dalla Costituzione del 1795.

La questione religiosa:

A partire dall'11 agosto 1789, le decime vennero soppresse senza compensazioni, privando così il clero di una parte delle sue risorse. Il 2 novembre dello stesso anno, su proposta di Talleyrand, vescovo di Autun, i beni del clero furono messi a disposizione della Nazione per l'estinzione del debito pubblico. Essi divennero dei beni nazionali che sarebbero stati venduti in lotti per ricoprire il deficit dello Stato. Lo stesso anno vennero introdotti gli assegnati, una forma di carta moneta garantita dai «domini nazionali», che i detentori potevano scambiare con i terreni confiscati. Utilizzati inizialmente come buoni del Tesoro, essi ricevettero corso forzoso nell'aprile 1790 per divenire una vera moneta. Furono emessi circa 400 milioni di assegnati e questo fu l'inizio di un periodo di forte inflazione.
La nazionalizzazione dei beni del clero costrinse l'Assemblea costituente ad interessarsi del finanziamento del clero: la Costituzione civile del clero, adottata il 12 luglio 1790 e ratificata dal re il 26 dicembre 1790, trasformò i membri del clero in funzionari salariati dallo Stato. I membri del clero secolare erano eletti e dovevano prestare un giuramento di fedeltà alla Nazione, alla Legge ed al Re. Seguendo una tradizione gallicana ben ancorata in una parte della borghesia e degli illuministi favorevoli alla secolarizzazione della società, i deputati non domandarono al papa il suo giudizio sulle riforme del clero cattolico. I primi chierici cominciarono a prestare giuramento senza attendere il giudizio del sovrano pontefice. Ma nel marzo 1791, papa Pio VI condannò tutte queste riforme riguardanti la Chiesa di Francia. La Costituente divise la popolazione in due campi antagonisti: circa il 45% degli ecclesiastici furono non giuranti o refrattari. Questo fu l'inizio del dramma che si verificò tra il 1792 ed il 1793.
La questione religiosa aggravò il malcontento di una parte dei francesi, disillusi dalla Rivoluzione. Dal 1790 nel Sud della Francia scoppiarono delle discordie tra Protestanti e Cattolici. La questione del giuramento degenerò in scontro violento nell'Ovest, dove le città sostenevano i preti che avevano giurato e le campagne i refrattari.

Il re e la Rivoluzione:

Il 17 luglio 1791, due anni dopo la presa della Bastiglia, sul Campo di Marte si celebrò la festa della Federazione. Il marchese La Fayette assistette alla cerimonia a fianco al re ed alla regina. Fu un momento di unione nazionale: il re prestò giuramento alla Costituzione appena stabilita e fu applaudito dalla folla. Questo momento di comunione nazionale fece credere agli osservatori dell'epoca che il re avesse accettato i cambiamenti seguiti alla Rivoluzione del 1789, ma in realtà non era così. Luigi XVI si destreggiò tra le diverse correnti per tentare di conservare la sua autonomia e di riconquistare il potere che aveva perduto. Come sincero cattolico appoggiò il papa e i preti refrattari.

Il fallimento del tentativo di fuga del Re, avvenuto tra il 20 e il 21 giugno 1791, ebbe la conseguenza di svelare la sua ostilità al progetto del 1789. I patrioti parigini più radicali videro in questo gesto la prova del tradimento del re e chiesero, in una petizione che vollero depositare sull'altare del Campo di Marte, la decadenza del Re. I deputati come Bailly e La Fayette, partigiani di una monarchia costituzionale misero in piedi la tesi del rapimento del Re. Essi vietarono la manifestazione e decretarono la legge marziale, ma il 17 luglio 1791 il popolo manifestò malgrado tutto. La Fayette ordinò allora alla Guardia nazionale di sparare sulla folla disarmata, uccidendo principalmente delle donne e dei bambini. La sparatoria del Campo di Marte ebbe per conseguenza la rottura tra i patrioti moderati e il popolo parigino i cui portavoce furono, tra gli altri, Georges Jacques Danton, Maximilien de Robespierre e Jean-Paul Marat. Alcuni come Condorcet chiesero anche l'instaurazione della Repubblica. Per la diffidenza del popolo, Bailly e La Fayette, seguiti dalla maggioranza dei deputati, uscirono dal club dei giacobini per fondare il Club dei foglianti. Per essi la Rivoluzione era finita e conveniva consolidare il regime sostenendo la monarchia costituzionale.
Il re perse la stima di una parte dell'opinione pubblica. Numerosi giornali rivoluzionari lo ritraevano nelle caricature sotto la forma di un maiale e moltiplicavano le volgarità al suo indirizzo come a quello della Regina. I giornali realisti annunciarono la resistenza aperta. Vi fu un'accelerazione dell'emigrazione. I controrivoluzionari e i giacobini costituirono delle reti di influenza in tutto il paese e tentarono di mobilitare l'opinione pubblica.
Luigi XVI accettò controvoglia la costituzione del settembre 1791. Il re conservava unicamente il potere esecutivo ma poteva opporre il suo diritto di veto solo durante quattro anni (due legislature) alle leggi che non gradiva e controllare le scelte dei ministri. Il potere legislativo era affidato ad un'unica assemblea di 745 deputati eletti a suffragio censuario a due gradi, l'Assemblea legislativa. Su proposta di Robespierre, nessun costituente poteva presentarsi all'elezione della nuova assemblea che si riunì a partire dal 1º ottobre 1791. L'Assemblea legislativa fu quindi un'assemblea di uomini nuovi, inesperti, ricchi e piuttosto giovani, comprendente a destra 250 Foglianti che volevano difendere la monarchia costituzionale, alla sua sinistra 136 membri del club dei Giacobini, e soprattutto dei girondini. Al centro sedevano gli indipendenti, che non avevano idee politiche ben precise e che costituivano la maggioranza dei votanti e dai quali dipendeva l'approvazione delle leggi proposte.

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FRANCESCO VOZZA,

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